martedì 1 novembre 2011

I cosiddetti "ribelli" antigheddafi che la guerra Nato ha sostenuto: peggio delle belve

TAWERGHA,GENOCIDIO NELLA “NUOVA” LIBIA
Denunce inascoltate fin da giugno. Gli ex “ribelli” di Misurata hanno espulso, derubato (con molte uccisioni) gli abitanti di un’intera città nera vicino Misrata. E a metà settembre Jibril aveva dato via libera

MARINELLA CORREGGIA

Roma, 01 novembre 2011, Nena News – Insieme a Sirte assediata e distrutta, Tawergha, la città dei neri libici, diventa il simbolo della Libia “liberata” grazie alla Nato. Situata a qualche decina di chilometri da Misurata, Tawergha contava circa 30mila abitanti, in gran parte libici di pelle nera: nacque nel XIX secolo come città di transito nel traffico degli schiavi. E “schiavi” (abeed) è l’insulto che più ricorre sui muri della città dopo la conquista in agosto da parte delle truppe dei “ribelli della Nato” provenienti da Misurata. Il suo nome è stato cancellato sul cartello stradale e sostituito da “Nuova Misurata”.

Tawergha è ora disabitata (e molte case incendiate e saccheggiate): i suoi abitanti sono scappati altrove all’avvicinarsi delle forze anti-Gheddafi due mesi fa; le ultime centinaia sono state espulsi in seguito dalle milizie. A decine di migliaia sono adesso sparsi presso parenti e soprattutto in campi profughi improvvisati; di tanti si sono perse le tracce. In molti sono stati arrestati ai check-point o addirittura prelevati dagli ospedali e scomparsi. Non si contano gli assassinati in questa pulizia etnica nella quale l’odio razziale si è mescolato all’accusa ai tawerghani di essere stati pro-Gheddafi e suoi “mercenari” (ma sono libici), perché da quella zona l’esercito libico lanciava gli attacchi contro Misurata.

Risale agli inizi del conflitto la demonizzazione (e molte uccisioni anche con decapitazioni) dei neri libici, combattenti e non, accusati senza prove di crimini e stupri. Tawergha è il genocidio di un’intera città. Il primo a lanciare l’allarme, inascoltato, era stato il…Wall Street Journal il 21 giugno (“Libyan City Thorn by Tribal Feud”; http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304887904576395143328336026.html): uno suo reporter, Sam Dagher, aveva intervistato i comandanti militari di Misrata (schierati con i “ribelli” e la Nato): Ibrahim al-Halbous, per esempio, diceva con chiarezza che una volta conquistata la cittadina, i suoi abitanti avrebbero dovuto fare fagotto, perché “Tawergha non esiste più, c’è solo Misrata”. Altri “ribelli” raccomandavano di impedire ai tawerghani di lavorare e mandare i bambini a scuola a Misrata. Dagher parlava dell’esplodere di un “razzismo che prima del conflitto era latente”. Fra le due città, sui muri le scritte pro-Gheddafi erano state sostituite da moniti tipo “siamo la brigata che ripulirà la Libia dagli schiavi neri”. Allarmato, il reverendo nero statunitense Jesse Jackson a giugno chiese – ovviamente invano – un’indagine della Corte penale internazionale.

La situazione di Tawergha precipita in agosto. Ricostruiva la vicenda l’inchiesta “Ethnic Cleansing, Genocide and the Tawergha”, di Human Rights Investigation (http://humanrightsinvestigations.org/2011/09/26/libya-ethnic-cleansing-tawargha-genocide/), un piccolo gruppo di ricercatori indipendenti nel campo dei diritti umani, da non confondere con la ben più nota Human Rights Watch – il cui rapporto su Tawergha è del 30 settembre, v. oltre). Grazie ai bombardamenti aerei della Nato e ai missili Grad degli alleati “ribelli”, Tawergha viene presa il 13 agosto (e la Bbc intervista il solito comandante al-Halbous ma “dimentica” di parlare del colore della pelle degli tawerghani). Al Jazeera stessa mostra case distrutte, prigionieri messi in un container di ferro (ma viene impedito di filmarli), un ferito in abiti civili portato via chissà dove e armati che obbligano gli ultimi abitanti a partire. Quando Telesur si reca sul posto “non c’è più nessuno, salvo nella parte antica dove i ‘ribelli’ non ci hanno lasciati entrare; pare che là ci sia ancora qualcuno, e quando escono in cerca di cibo o acqua li catturano”.

HRI richiama la convenzione Onu per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio: all’art. 2 definisce genocidio uno dei seguenti atti commessi nell’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, uccidendone membri, danneggiandoli fisicamente o psicologicamente, infliggendo loro condizioni di vita distruttive (…).

A fine agosto Amnesty International (http://www.amnesty.org.uk/news_details.asp?NewsID=19674) denuncia il fatto che decine di migliaia di tawerghani non possono tornare a casa per paura di essere arrestati come è successo a molti, perfino prelevati negli ospedali e poi scomparsi. Anche nei campi dove sono ospitati, si susseguono arresti e sparizioni. Denunce credibili anche di stupri ai danni di donne di Tawergha e di esecuzioni di soldati e volontari arrestati. L’organizzazione indica nei Tawergha un gruppo particolarmente vulnerabile che abbisogna di protezione. Chiede anche ai nuovi governanti di farla finita con l’impunità. Questi ultimi fanno orecchio da mercante su Tawergha.

Il CNT APPROVA LA PULIZIA ETNICA

Intanto, sempre il Wsj riferisce che l’autonominato Primo Ministro Mahmoud Jibril il 18 settembre in un incontro pubblico a Misurata dà il via libera alla cancellazione della città: “Su Tawergha, ritengo che nessuno debba interferire, salvo la popolazione di Misurata. Non possiamo riferirci alle teorie della riconciliazione nazionale usate in Sudafrica, Irlanda o Europa dell’Est”. Grandi applausi e urla “Allah u Akbar”. In quei giorni molte case della cittadina venivano incendiate, “per evitare che ritornino”, spiegava un “ribelle”.

Il 30 ottobre Human Rights Watch (Hrw) riepiloga la tragedia della città nel suo rapporto “Beatings, Shootings, Deaths in Detention of Tawerghans [ 82710 ]” (http://www.hrw.org/news/2011/10/30/libya-militias-terrorizing-residents-loyalist-town). “Le milizie di Misurata terrorizzano gli sfollati da Tawergha –abbandonata, saccheggiata e in parte bruciata – e assicurano che quelli non ritorneranno mai”. Hwr ha intervistato decine di sfollati in tutto il paese, e fra questi 26 detenuti a Misrata e nei dintorni e 35 sfollati a Tripoli, Heisha e Hun. Le denunce, “credibili”, parlano di ferimenti o esecuzioni di persone disarmate, arresti arbitrari e torture su detenuti, fino alla morte in alcuni casi. Secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, i 15mila tawerghani sono fuggiti in gran parte nella regione Jufra. Nella città di Hun erano arrivate agli inizi di ottobre quattromila persone, ospitate in tre campi, e molte altre nella città di Sokna e nelle campagne circostanti. In seguito circa 5mila persone si sarebbero spostate verso Bengasi o Tripoli, altre a Tarhouna, Khoms o nel Sud.

Il 25 ottobre Hrw è stata testimone, nella Tawergha spopolata, di un saccheggio totale e il giorno dopo ha visto diverse case date alle fiamme, sotto gli occhi delle brigate di armati di Misurata.

Muhammad Grarya Tawergi, un ex coltivatore di datteri, ottant’anni, ha detto a Hrw che i “ribelli” arrivati a Tawergha in agosto hanno obbligato anche le persone non armate a lasciare la casa.

Molti abitanti di Tawergha sostenevano Gheddafi, e centinaia di loro si erano arruolati fra marzo e maggio, durante l’assedio a Misurata. Dopo il cambio di regime è stato un susseguirsi di abusi, arresti arbitrari e persecuzione dell’intera comunità. Il 20 agosto, è stato riferito a Hrw, nella prigione di Misurata un conducente del camion dell’immondizia, Amhamid Muhammad Shtaywey, è stato torturato perché confessasse di aver commesso stupri e alla fine è morto per le torture. Nena News

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