martedì 30 luglio 2013

Saadat

Intervista al leader del PFLP Ahmad Sa'adat

saadat203 Solo la soluzione dello Stato Unico è possibile. Ahmad Sa'adat, rinchiuso in una prigione israeliana da 12 anni, sostiene che i "trattati di pace" non facciano altro che aumentare le fratture in seno alla società palestinese. Ahmad Sa'adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), crede che il conflitto medio orientale può essere risolto solo attraverso la creazione di un unico stato comune per palestinesi ed ebrei – una posizione in contrasto con la “soluzione due stati” a lungo sostenuta dalle potenze mondiali. In risposta alle domande della Reuters, Sa'adat condanna la partecipazione palestinese ai negoziati che si prevede inizieranno a breve sotto la guida degli Stati Uniti. «I negoziati non saranno altro che una copertura della politica israeliana basata sull'occupazione», sostiene Sa'adat, rinchiuso in una prigione israeliana in cui deve scontare 30 anni di reclusione a causa del suo ruolo nella seconda Iintifada. Sebbene oggi l'influenza del FPLP sia limitata rispetto a quella di Fatah e del gruppo islamico Hamas (che però non fa parte dell'OLP), Sa'adat è una delle personalità palestinese più importanti rinchiusa in un carcere israeliano. Hamas chiese il suo rilascio in cambio di Gilad Shalit, un soldato israeliano catturato dai palestinesi durante un raid del 2006 nella striscia di Gaza, Israele rifiutò, sostenendo che Sa'adat, "non è interessato ad accordi di pace che siano accettabili anche per i palestinesi". «Gli accordi proposti dagli Stati Uniti per rilanciare i processi di pace sono volti a nascondere l'impotenza americana e il fallimento del presidente Barack Obama rispetto alla sua promessa di dar vita ad un nuovo inizio per il mondo musulmano». Per giustificare il sostegno arabo per ulteriori trattative, Abu mazen ha dichiarato di aver ricevuto dagli Stati Uniti la sicurezza che Israele non avrebbe applicato alcuna “misura provocatoria”. Sa'adat sostiene che la leadership palestinese ha ceduto rispetto alle sue richieste iniziali, che includevano il blocco totale della costruzione di colonie nei territori occupati. Ulteriori negoziati secondo Sa'adat renderebbero ancora più ardua la riconciliazione tra Abu Mazen e gli oppositori alla sua strategia, che prevede la negoziazione al fine di creare uno stato palestinese accanto a quello israeliano. Secondo Sa'adat «la continuazione dei negoziati, diretti o indiretti, avrà delle conseguenze nel raggiungimento della riconciliazione dei palestinesi». Il leader del PFLP inoltre sostiene che l'unico modo per porre fine al conflitto in medio Oriente è la creazione di un unico stato. L'idea di un solo stato bi-nazionale che vada dal mar Mediterraneo al fiume Giordano è respinta da Israele, in quanto metterebbe in pericolo la maggioranza ebraica. "La soluzione è quella dell'unico stato, non dei due stati." "Non ci sono altri orizzonti per altre possibili soluzioni" da palestinarossa

lunedì 29 luglio 2013

Palestina, riprende la battaglia contro il Piano Prawer

Dopo lo sciopero del 15 luglio, il primo agosto si torna in piazza contro il trasferimento forzato di 40mila beduini del Negev. La condanna dell'alto commissario Onu Pillay. di Emma Mancini Gerusalemme, 29 luglio 2013, Nena News - La Palestina torna in piazza contro il Piano Prawer. Dopo lo sciopero generale del 15 luglio e le manifestazioni a favore dei beduini del Negev, minacciati di trasferimento forzato dal governo israeliano, la rete palestinese ha chiamato di nuovo alla protesta. L'appuntamento è per il primo agosto. Anche questa volta sono previste manifestazione sia nei Territori Occupati che in Israele contro il progetto di confisca di oltre 800mila dunam di terre, l'espulsione di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata, e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele. Il 15 luglio la protesta, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Gaza e Negev, si era conclusa con la repressione da parte delle forze israeliane, con decine di arrestati e feriti. Secondo gli organizzatori, quella del primo agosto sarà un evento ancora più imponente: "Decine di palestinesi sono stati feriti o arrestati durante le manifestazioni pacifiche del 15 luglio - si legge nel comunicato redatto dagli attivisti - Ma lo sciopero della rabbia è lontano dal fermarsi. Siamo determinati a proseguire con proteste quotidiane e ad attirare l'attenzione internazionale verso i nostri fratelli e sorelle beduini. Il Piano Prawer è la più grande campagna di pulizia etnica contro il popolo palestinese dal 1948 e le nuove generazioni non permetteranno che accada di nuovo". Anche sabato scorso si sono tenute manifestazioni contro il piano a Kafr Kanna, a Nord di Nazareth, e nei villaggi di Rayna e Tarshina, vicino Akka. Manifestazioni che giungono a pochi giorni dalla dura condanna espressa dall'alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay: "In quanto cittadini israeliani, i beduini palestinesi hanno gli stessi diritti alla proprietà e ai servizi pubblici di tutti gli altri. Il governo deve riconoscere e rispettare i diritti delle comunità beduine, compreso il riconoscimento della proprietà delle terre. Israele è colpevole dell'implementazione di una politica discriminatoria di trasferimento forzato". "Se il disegno di legge sarà approvato - ha proseguito la Pillay - porterà alla demolizione di intere comunità beduine, forzandole a lasciare le loro case e a distruggere il loro tradizionale stile di vita. Il rispetto dei diritti delle minoranze è un elemento fondamentale di una democrazia". A luglio la Knesset, il parlamento israeliano ha dato il primo via libera al Piano Prawer che ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruire ad hoc dal governo. Il progetto prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili. Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News

venerdì 26 luglio 2013

SOTTO TORTURA Bambini palestinesi nelle carceri israeliane

La terribile condizione dei minori palestinesi detenuti nel carcere “Al Jalami”già visibile in un articolo del “Guardian” e rimessa in evidenza dalla traduzione dell'articolo che ne hanno fatto alcune associazioni ci ha riproposto con drammatica urgenza una tragedia che non si può ignorare e rispetto alla quale è importante una immediata mobilitazione di ogni associazione o persona che abbia a cuore l'incolumità e la sicurezza dei bambini e l'interesse ad arginare la disumanità, la cinica indifferenza e la violenza in cui sta precipitando il nostro mondo. Si parla in queste testimonianze di celle di isolamento 3 metri sotto terra senza finestre, con la luce costantemente accesa per impedire il sonno e le pareti a spuntoni perchè non sia possibile appoggiarsi, di interrogatori di 6 ore con i minori incatenati mani e piedi e sottoposti a forme di torture e minacce di stupro per estorcere confessioni. A rigore non sono notizie nuove. Un rapporto dell'Unicef in cui vengono illustrati gli abusi israeliani contro i bambini palestinesi solo nel 2010 riporta quanto segue: 11 bambini palestinesi sono stati uccisi. 360 bambini palestinesi sono rimasti feriti. 213 bambini palestinesi sono stati stati tenuti sotto detenzione militare. 14 bambini palestinesi sono stati stuprati nelle prigioni israeliane. 75 bambini palestinesi sono stati torturati nelle prigioni israeliane. 62 bambini palestinesi sono stati picchiati, 4 bambini palestinesi hanno subito l'elettroshock per estorcere loro confessioni. Qualche anno fa a Ramallah ho incontrato, assieme agli altri membri della delegazione dell'ass. AMLRP, l'ass.”Defence for children International” che in Palestina si concentra sul sostegno e la difesa legale dei bambini palestinesi incarcerati. Ayed Abu Eqtaish coordinatore per la sez. Palestina ci ha fatto un racconto drammatico: Israele incarcera mediamente 700 bambini all'anno, la legge militare li considera imputabili a 12 anni. L'arresto avviene di notte con un numero sproporzionato di soldati che circondano la casa, minacciano la famiglia e distruggono i mobili. Dopo l'arresto il fanciullo viene ammanettato e bendato, poi buttato sulla jeep per portarlo all'interrogatorio. Durante il trasporto è spesso sottoposto a maltrattamenti per prepararlo, di modo che arrivi già terrorizzato. Nè il minore né la famiglia vengono informati dei motivi dell'arresto. I genitori non sanno mai dove è stato portato il figlio. L'interrogatorio avviene in isolamento. Forme di tortura vengono esercitate sui bambini, sia psicologiche, minacce di stupro o ritorsioni sulla famiglia, sia fisiche, cioè il ragazzino viene picchiato selvaggiamente e poi minacciato di maggiori violenze allo scopo di estorcergli confessioni. Quasi tutti i casi vengono trattati dalle corti militari. I luoghi di detenzione sono in territorio israeliano, in una struttura militare, spesso in una colonia, in una base militare o una prigione e gli avvocati cisgiordani non possono accedervi. Gli avvocati cercano di fare accordi con il giudice perchè il ragazzo resti in prigione il meno possibile, Le assoluzioni sono escluse, tentativi di ottenere l'assoluzione portano solo a una pena maggiore. In diversi casi dopo aver scontato la pena il ragazzino viene ancora trattenuto in detenzione amministrativa con la scusa di essersi comportato male durante la prigionia. Il bambino non può vedere la famiglia durante il fermo, ma anche dopo è molto difficile perchè ci vogliono 3 mesi per ottenere il permesso e spesso i carcerieri lo sospendono per punizione. Nella prigione il bambino è rinchiuso 21 ore al giorno, il cibo è spesso andato a male, sempre di pessima qualità. I genitori depositano i soldi sul conto della “cantina” una specie di spaccio interno, chi non ha soldi subisce le conseguenze e si ammala. L'assistenza sanitaria è praticamente inesistente, più il bambino resta in prigione più ha probabilità di uscirne malato. I bambini subiscono gravi traumi dopo questo trattamento, spesso si isolano o negano il loro trauma che invece le famiglie percepiscono perfettamente. “Tutti i trattati sulla difesa dell'infanzia qui sono carta straccia” ha tristemente terminato Ayed. Cosa avevano fatto questi bambini? Nel peggiore dei casi tirato una pietra, oppure erano stati arrestati per poter acciuffare un fratello più grande, oppure non avevano fatto assolutamente niente. Il racconto di Ayed non mi risultava nuovo avendo già letto alcuni anni prima l'ottimo e documentato rapporto dell'Associazione dei giuristi democratici da cui riporto ulteriori notizie. Fino al 2011 Israele considerava maggiorenni i palestinesi a 16 anni anziché a 18, contrariamente all'art.1 della convenzione ONU sui diritti del fanciullo. Il rapporto dei giuristi democratici recita: L'età viene attribuita al condannato non in base a quando ha commesso il “crimine” ma al momento in cui è pronunciata la sentenza. I minori spesso trascorrono un lungo periodo di detenzione e si ritrovano maggiorenni al processo, quindi questi ragazzi tra i 16 e i 18 anni rischiano l'ergastolo. Le torture esercitate sui detenuti minorenni sono elencate così dal rapporto: Pestaggi con il calcio del fucile o gli stivali Privazione di sonno Isolamento maltrattamento fisico e verbale Mani legate, occhi bendati Minacce di morte, di stupro e ritorsione sulle famiglie Tortura della posizione: vengono messi sulle punta delle dita, con i polsi e le caviglie incatenate. Vengono messi in tinozze colme di ghiaccio e costretti a ingoiare dei cubetti, bruciati con sigarette, sottoposti a una prolungata esposizione a temperature estreme, Per quanto riguarda l'assistenza sanitaria: Alla richiesta di essere visitato da un medico da parte del detenuto minore i servizi di prigione israeliani non rispondono in tempo ragionevole, i malati sono trattati con tavolette di Acamol qualsiasi sia il loro male. L'autorità interessata non informa le famiglie anche in caso di malattia grave e pericolo di morte. Oltre al solito spettro di malattie che colpiscono generalmente i bambini i piccoli palestinesi soffrono anche per ferite subite durante arresto e detenzione, disturbi psicologici, malattie che insorgono per il sovraffollamento e carenti condizioni igienico-sanitarie. Insieme al rapporto dell'ass. Giuristi democratici segnalo “Non se ne parla” della giornalista Alessandra Antonelli ediz. Tolbà 2006, già autrice di “Sposata a un palestinese” e per quanto riguarda il periodo della prima Intifada i libri di Flora Nicoletta “Le pietre dell'Intifada” ediz.Rubbettino 1995 e “Il fuoco della pace. Nel paese dell'Intifada” ediz. Associate 1990 Ulteriori e continue notizie vengono riportate in rete da agenzie giornalistiche come Nenanews, volontari e associazioni che si occupano dei prigionieri come “Addamer”. Vorrei infine ricordare che la convenzione Onu sui diritti del fanciullo stabilisce che sono bambini coloro che hanno meno di 18 anni e che Israele considera imputabili i bambini dai 12 anni in poi, ma li arresta anche a 11 e 1o anni e a volte anche prima, che l'esercito israeliano ha usato bambini come scudi umani per entrare nelle case senza correre pericoli oppure li ha legati sui carri armati e sulle jeep allo stesso scopo. Non sono le notizie che ci mancano, ma una mobilitazione con un coordinamento nazionale delle varie associazioni per costruire un'opposizione concreta e specifica su tale drammatica situazione. Miriam Marino. Articolo pubblicato dalla rivista "Semi di pace"

Brahmi

Tunisia, ucciso il leader di sinistra Brahmi

Tunisia, ucciso il leader di sinistra Brahmi A cinque mesi dall'uccisione di Belaid, un nuovo omicidio politico in una Tunisia mai pacificata. Undici colpi di arma da fuoco. Indetto oggi sciopero generale adminSito venerdì 26 luglio 2013 08:46 Commenta dalla redazione Roma, 26 luglio 2013, Nena News - Un nuovo omicidio politico infiamma la Tunisia. Nel giorno dell'anniversario dell'indipendenza tunisina e a cinque mesi dall'uccisione del leader dell'opposizione di sinistra, Chokri Belaid, freddato a febbraio di fronte alla sua casa, ieri a morire sotto i colpi di pistola di uomini armati è stato Mohammed Brahmi. Secondo quanto riportato dalla figlia di Brahmi, due uomini sono apparsi di fronte all'abitazione di famiglia e hanno sparato undici colpi contro l'uomo, che il 7 luglio si era dimesso da segretario generale del Popular Movement, come forma di protesta per la presunta infiltrazione di islamisti. Cinquantotto anni, padre di cinque figli, membro dell'Assemblea Costituente, formazione laica di sinistra, Brahmi è stato ucciso fuori dalla sua abitazione, secondo quanto riportato da un altro membro del partito, Khaled Khichi. Come per Belaid, anche la famiglia Brahmi punta il dito contro il partito islamista Ennahda: "Accuso Ennahda", ha detto la figlia Chhiba. Accuse che gli islamisti hanno rigettato, definendo l'uccisione di Brahmi "una catastrofe per la Tunisia". Immediata la reazione della popolazione tunisina che, come avvenne a febbraio per Belaid, è scesa in piazza a Tunisi, di fronte alla sede del Ministero dell'Interno e a Sidi Bouzid - epicentro della rivoluzione esplosa nel dicembre 2010 - per protestare contro l'omicidio e contro il partito di governo, Ennahda, da tempo considerato il responsabile dell'insicurezza e dei settarismi che insanguinano il Paese. La polizia ha tentato di disperdere la folla e ha lanciato gas lacrimogeni contro i manifestanti che stavano erigendo una tenda di protesta. Per oggi è stato indetto lo sciopero generale, la compagnia aerea Tunisair ha cancellato tutti i voli. L'unione Generale dei Lavoratori Tunisini ha chiamato oggi il Paese a incrociare le braccia "contro il terrorismo, la violenza e gli omicidi". Proprio due giorni fa il consigliere del primo ministro, Noureddin B'Hiri, aveva annunciato che sei persone, considerate responsabili dell'omicidio di Belaid, erano state identificate e che nei prossimi giorni ne avrebbe fornito i dettagli. A febbraio la morte di Belaid provocò durissime proteste di piazza che costrinsero il governo a prendere una serie di misure contro i gruppi islamisti, in particolare contro le componenti salafite. Non solo: dopo l'uccisione di Belaid, si assistette ad un rimpasto di governo e alle dimissioni dell'allora premier tunisino. Si attende intanto il voto sulla nuova carta costituzionale, mentre il nuovo premier Larayedh ha promesso pochi giorni fa un'accelerazione nel processo di voto, che avrebbe dovuto tenersi da tempo: il primo ministro ha detto di voler organizzare le presidenziali entro la fine dell'anno. Nena News

MARTA

NO TAV Marta convocata dalla Procura, domani presidio al Tribunale

Marta convocata dalla Procura, domani presidio al Tribunale Share on facebookShare on twitterShare on emailShare on pinterest_shareMore Sharing Services54 martaPisa, 25 Luglio 2013 Mi hanno ferita, ma le ferite che fanno più male non sono quelle sulla pelle, ma quelle sottopelle, quelle che non mi lasciano dormire di notte. A queste si aggiungono gli insulti gratuiti e vigliacchi scagliati da dietro un pc o dal microfono di una radio. Lavoro aiutando donne che hanno subito violenza, le spingo a lottare per se stesse, ed ora che tocca a me non mi tiro indietro. In questi giorni sono state tante le braccia che mi hanno stretto e che mi hanno dato forza. Il calore della pelle dei compagni e soprattutto delle compagne aiuta a rimarginare ciò che si è rotto. Come braccia strette a cordone che sorreggono e spingono in avanti, a testa alta. Ringrazio già da ora chi mi è stato vicino e chi lo sarà domani davanti al tribunale di Torino. Ringrazio le Donne della Val di Susa. Se toccano una toccano tutte! Non un passo indietro! Marta Camposano Queste sono le poche righe scritte da Marta al movimento No Tav, poche ma dense di significato e che racchiudono il senso di cosa vuol dire oggi resistere alla violenza del potere. Marta è stata convocata nella giornata di domani dai pm Padalino e Rinaudo. Una prima convocazione per interrogarla in quanto indagata rispetto ai fatti di venerdì notte, una seconda per ascoltarla rispetto alle molestie sessuali subite e denunciate pubblicamente. Il pensiero che Marta debba raccontare la sua esperienza a chi quella notte era dentro il cantiere e ha sposato pubblicamente e in aula di tribunale la battaglia contro il movimento No Tav è un qualcosa di profondamente scorretto e, questo sì, violento. Lo è alla luce dei motivi più evidenti sopracitati, ma anche se pensiamo a che fine hanno fatto (e faranno) tutte le denuncie di violenza e diffamazione che tanti del movimento No Tav hanno sporto: richiesta di archiviazione da parte della Procura di Caselli. Una procura, questa torinese, che viaggia a senso unico e che anche in occasione della denuncia dei pestaggi del 3 luglio con le prove fornite dal dossier “operazione Hunter” si è girata dall’altra parte. Il fatto che siano Rinaudo e Padalino, amici dei poteri forti, ad interrogare Marta è inaccettabile, pertanto il movimento No Tav convoca un presidio fuori dal Tribunale di Torino domani alle ore 12,30 per non lasciare sola Marta e denunciare l’ennesima schifezza messa in piedi dai tifosi del Tav. La Procura di Caselli è impegnata da anni in un attacco sistematico alla lotta No Tav, lo fa attraverso le centinaia di denunce agli attivisti del movimento, i fogli di via, le restrizioni della libertà personale e i numerosi processi in corso e quelli che si apriranno a breve. Nel fare ciò lavora a stretto contatto con la Questura e si appoggia a tutta una rete di politici e giornalisti che, grazie al potere del loro ruolo (i primi) e la potenza della carta stampata (i secondi), completano un sistema che ha come obiettivo quello di screditare il movimento agli occhi dell’opinione pubblica e di indebolirlo. La notizia che oggi ci da Marta è però portatrice di un tale livello di infamia che merita una presa di posizione più ampia ed una pronta risposta collettiva. Non ti lasceremo sola, domani tutti e tutte ore 12,30 fuori dal Tribunale di Torino!

mercoledì 24 luglio 2013

Sollecito urgente all'ambasciatore del Cairo per far passare la carovana di Music for peace

A message from the campaign Support the mission of Music for Peace Sollecito intervento per music for peace bloccati al valico di Rafah Cari amici, la carovana e' bloccata a Rafah ed un intervento dell'ambasciata Italiana al Cairo in supporto della carovana e' essenziale. Vi chiederemmo di mandare, ognuno di voi, la seguente mail all'ambasciata Italiana al Cairo. Grazie di cuore! _________________________________________________________ indirizzo: ambasciata.cairo@esteri.it soggetto della e-mail : Sollecito intervento per music for peace bloccati al valico di Rafah __________________________________________________________ Egregio ambasciatore, le scrivo per sollecitare un immediato intervento in favore della carovana del convoglio umanitario Music for Peace Creativi delle Notte, attualmente bloccato al valico di Rafah, mentre porta sei container carichi di aiuti umanitari (medicine, attrezzature mediche, ambulanza, alimenti) destinati alla popolazione e ad ospedali della striscia di Gaza. Il convoglio umanitario ha tutti i documenti necessari ad attraversare la dogana, rilasciati sia dal governo Italiano che dal governo e dalla dogana Egiziana perché il convoglio possa raggiungere la striscia di Gaza. I volontari si trovano ora bloccati alla frontiera. Le autorità doganali Egiziane non riconoscono che parte dei materiali e l'ambulanza siano aiuti umanitari destinati ad ospedali, nonostante tutto il carico e la sua finalità' siano descritte nei documenti che accompagnano la carovana. Vorrei sottolineare che due petizioni lanciate pochi giorni fa (http://links.causes.com/s/clLpYZ?r=moZN e http://links.causes.com/s/clLpZg?r=moZN) hanno raccolto in totale già quasi di 5000 firme in sostegno dei volontari ed in pochissimi giorni una pagina Facebook ha raccolto e centinaia di foto in supporto alla missione http://links.causes.com/s/clLpZB?r=moZN. Le scrivo per chiedere un sollecito intervento al fine di far passare la missione umanitaria. La ringrazio vivamente Cordiali saluti

Madri dei prigionieri

Negoziati Israele/Anp: Gaza non ci crede

Negoziati Israele/Anp: Gaza non ci crede Come la maggioranza dei palestinesi in Cisgiordania, anche gli abitanti di Gaza sono scettici sulla credibilita' della trattativa che gli Usa stanno mettendo in piedi. adminSito martedì 23 luglio 2013 19:25 Commenta di Rosa Schiano Gaza, 23 luglio 2013, Nena News - Non solo le fazioni palestinesi, da Hamas al Fronte Popolare per la Liberazione per la Palestina rifiutano la ripresa dei negoziati bilaterali israelo-palestinesi portata avanti dal segretario di stato americano Kerry, ma la stessa popolazione palestinese si dimostra scettica sulla ripresa delle trattative. In particolare quella della Striscia di Gaza. Secondo il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il ritorno alle negoziati rappresenta un "suicidio politico" ed una minaccia per la causa palestinese. Jamil Mizher, membro del comitato centrale del FPLP, ha affermato che il FPLP rifiuta totalmente la ripresa di questi negoziati, che non soddisfano minimamente le richieste nazionali del popolo palestinese. "Venti anni di assurdi negoziati hanno ottenuto zero, ed hanno solo aiutato l'occupazione a portare avanti i suoi piani di espansione", ha detto Mizher. Rabah Muhanna, membro dell'ufficio politico del FPLP, ha detto che il popolo palestinese in Cisgiordania, Gaza, nella Palestina occupata del '48 si schiera a gran maggioranza contro i negoziati, aggiungendo che la ripresa di questi equivale all'abbandono dei diritti nazionali palestinesi. Allo stesso modo, Hamas ritiene ''molto pericolosa'' la ripresa dei colloqui di pace con Israele. Il portavoce Sami Abu Zuhri ha riferito che la decisione del presidente dell'Autorita' nazionale palestinese Abu Mazen, ''contraddice'' i principi del ''consenso nazionale'' raggiunto dalle fazioni palestinesi. ''La ripresa dei colloqui fa solo gli interessi dell'occupazione e le fornisce una copertura per l'espansione degli insediamenti'', ha concluso Abu Zuhri. E la popolazione di Gaza, che cosa pensa? Non diverge molto l'opinione pubblica sulla ripresa dei negoziati da quella dei leaders politici."I tentativi passati sono falliti. La gente di Gaza è stanca, presa ora dalla mancanza di carburante e soffocata dall'assedio. Non abbiamo fiducia nei negoziati, ma la liberazione di prigionieri palestinesi sarebbe un risultato importante", ci ha detto un impiegato palestinese. La liberazione di prigionieri palestinesi chiusi da molti anni nelle carceri israeliane sembra essere un punto su cui Tel Aviv potrebbe cedere, dato che Netanyahu si e' dichiarato già non disposto ad accettare una ritorno ai confini del 1967. Eppure, alcuni sollevano dubbi su questo rilascio, Israele potrebbe rilasciare prigionieri che sono prossimi all'uscita dalle carceri, e quindi il rilascio costituirebbe solo un' operazione "farsa". Abbiamo chiesto il parere a Malaka Mohammed, 22 anni, giovane scrittrice palestinese freelance che vive a Gaza, sulla ripresa dei negoziati, sul prossimo incontro previsto a Washington tra i due negoziatori Saeb Erekat ed il ministro israeliano Tzipi Livni, e se questo possa costituire un buon passo per l'ottenimento dei diritti dei palestinesi. "Bene, siamo realistici e poniamoci alcune domande, poi possiamo ottenere un risultato basato su prove concrete. Cosa le negoziazioni conferiscono a noi come Palestinesi? Abbas ed Erekat sempre concedono. Noi non abbiamo mai ottenuto nessuno dei nostri diritti.", ci ha spiegato Malaka. "Chi sono quelli che stanno andando a negoziare? Mahmoud Abbas, il cui mandato di presidenza è finito il 9 gennaio 2011. In altre parole, egli non è più un rappresentante della Palestina. Non ha il diritto di parlare a nostro nome", ha proseguito Malaka. "Una persona che abbia una testa o che almeno sappia pensare si mette al tavolo con uno che ruba la sua terra, soldi ed ogni altra cosa che può essere violentata? Se rispondo di si', so di essere pazzo, oppure non capisco, oppure non sono palestinese quindi potrei essere pagato per dire sì o no. Ma Abbas è palestinese! Pensate che colui che abbandona il proprio diritto al ritorno è un palestinese, come Abbas ha fatto, dopo l'abbandono del proprio diritto al ritorno, rappresenti 3.5 milioni di Palestinesi all'interno e 8.5 milioni di palestinesi fuori? Sono molto orgogliosa di affermare che Abbas non rappresenta me e nessun altro palestinese. Non rappresenta nemmeno se stesso", ha continuato Malaka, le cui parole risuonano di rabbia per i diritti negati. "Io sono rappresentata dai prigionieri, dalla chiave di mia nonna della nostra casa in Yaffa, dalla kuffeya di mio nonno, dai rifugiati, da Gerusalemme, dalla Palestina e tutti quelli che ci credono". Infine, per quanto riguarda i prigionieri che saranno rilasciati, Malaka conclude che "questa non è affatto una vittoria. Sono abbastanza sicura che tutti quelli che saranno rilasciati stanno per essere rilasciati (la loro sentenza sta per terminare) ed anche se non fosse così, si trovano ancora in Cisgiordania (anche dopo la loro liberazione) il che significa che Iraele potrebbe arrestarli quando vuole e nessuno dirà una sola parola. Anche se non ci sono accuse, Israele esegue la detenzione amministrativa attraverso cui centinaia di palestinesi sono detenuti senza accuse." Alcune delle famiglie dei prigionieri palestinesi sono tuttavia speranzose nel rilascio di prigionieri, come dimostrano due testimonianze che abbiamo raccolto lunedì mattina al presidio settimanale in solidarietà con i prigionieri palestinesi presso la ICRC di Gaza city. "Sono ottimista su quanto sta avvenendo. Come madri dei prigionieri aspettiamo queste negoziati per il rilascio dei prigionieri, specialmente di quelli che hanno subito una condanna alta, ne aspettiamo il rilascio da tempo", ci ha detto Rawdan Al Najjar, sorella del prigioniero palestinese Mohammed Al Najjar, condannato ad una sentenza di 12 anni, di cui 5 ne ha già spesi nella prigione di Eshel. Rawdan non ha potuto ancora visitare Mohammed, la sua prima visita sarà in agosto. "Stiamo seguendo queste trattative e speriamo che portino al rilascio dei nostri prigionieri che soffrono a causa delle torture, della negligenza medica, delle violenze quotidiane, soprattutto ora che stanno digiunando durante il sacro mese del Ramadan. Speriamo di poter celebrare l' Eid insieme a nostro figlio, fuori dalla prigione", ci ha detto la madre di Mohammed Al Bassyoni, condannato ad una sentenza di 7 anni, di cui 3 ne ha già spesi nel carcere del Neghev. Insomma, fatta eccezione per la questione dei prigionieri, il popolo palestinese di Gaza si dimostra abbastanza pessimista sui risvolti di questi negoziati. Tira un'aria pesante per le strade di Gaza. Poche auto in circolazione, diventa difficile trovare un taxi disponibile. Le strade, in questo periodo di Ramadan, si animano nel pomeriggio, quando famiglie si spostano al mercato per comprare cibo con cui rompere il digiuno la sera. Sono preoccupati i palestinesi di Gaza anche per il rafforzamento dell'assedio da parte egiziana. Dopo aver ditrutto e messo fuori uso la maggior parte dei tunnel fra il Sinai e Gaza, l'esercito egiziano ha deciso di vietare la pesca dei palestinesi nelle acque comprese fra el-Arish (Sinai) e Rafah, a sud di Gaza. Cio' che gli abitanti di Gaza si chiedono ora è se la crisi politica egiziana continuerà a colpire l' accesso ai beni essenziali, in particolare il carburante, la cui mancanza ha colpito i settori del trasporto, della salute, peggiorando la condizione umanitaria nella Striscia. "I negoziati non portano a nessun beneficio in nessun settore, ne stiamo parlando da 20 anni, sia per quanto riguarda i prigionieri, Gerusalemme, i territori, il muro, nessun beneficio. Israele continua a costruire colonie in Cisgiordania, Israele va e costruisce, non gli importa del popolo palestinese", ci ha detto Asem, 23 anni, studente di Ingegneria. "Io credo che ci sia differenza tra il negoziato e la resa. La prima priorità è l'unità. Come popolo palestinese vogliamo sederci e parlare, vogliamo avere una buona relazione con il mondo. Vogliamo essere uniti, non solo tra palestinesi, ma anche con i paesi arabi, i paesi musulmani ed il resto del mondo. Abu Mazen sta andando a parlare da solo con Israele, nessuno lo sta supportando", ha concluso Asem. Nei prossimi giorni si capirà che piega prenderanno i negoziati, intanto Gaza vive tra gli affanni della quotidianità

lunedì 22 luglio 2013

Svolta storica dell'Ue sulla demarcazione del «made in Israel»

Michele Giorgio GERUSALEMME - Non sorprende l'irritazione di Israele. Potrebbero segnare un passaggio storico di eccezionale importanza le nuove linee guida dell'Unione europea verso le colonie israeliane costruite nei Territori occupati in violazione di risoluzioni e convenzioni internazionali. Si vedrà già nei prossimi giorni se Bruxelles confermerà la decisione presa ed eviterà una repentina retromarcia. Per ora si sa che, a partire dal 19 luglio, ai 28 Stati dell'Unione sarà «proibito» cooperare in qualsiasi modo con gli insediamenti colonici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est (territori palestinesi) e sulle Alture del Golan (parte della Siria). Tel Aviv, che continuerà a godere di rapporti privilegiati con l'Ue, dovrà però garantire che qualsiasi progetto di cooperazione con l'Europa - dall'istruzione alla ricerca - riguardi solo il suo territorio e non le colonie. Centrale anche il riferimento alle Alture siriane del Golan che Israele, dopo averle occupate nel 1967, con un voto della Knesset, più di trent'anni fa, ha annesso unilateralmente al suo territorio, assieme alla zona araba di Gerusalemme. «Lo scopo delle nuove linee-guida è di fare una distinzione fra Israele e i Territori occupati», ha spiegato David Kriss, portavoce della delegazione europea in Israele. «Al momento attuale - ha aggiunto - le entità israeliane beneficiano di sostegni finanziari e di cooperazione con l'Ue e queste linee-guida sono state concepite allo scopo che ciò prosegua in futuro. Al tempo stesso è stata espressa la preoccupazione che entità israeliane nei Territori occupati possano beneficiare di sostegni europei». Da qui la necessità di definire «limitazioni territoriali», esplicite ed inequivocabili, che dovrebbero avere immediati riflessi anche commerciali. Israele infatti esporta le merci delle colonie - dall'agricoltura all'hi-tech - come se fossero prodotte nel suo territorio e non nella terra occupata, strappata a palestinesi e siriani 46 anni fa con la forza delle armi. Secondo dati diffusi sui giornali nei mesi scorsi, l'Ue importa dalle colonie beni per circa 287 milioni di dollari l'anno. Scontata la reazione dei coloni e del governo israeliano che da sempre ricercano riconoscimenti internazionali, di fatto o espliciti, dell'occupazione e della colonizzazione. L'Unione europea, sostengono i settler, avrebbe assunto posizioni «unilaterali e discriminatorie» e, pertanto, «non può più essere considerata neutrale e obiettiva». Rabbioso il commento del premier Netanyahu che nega una differenza tra il territorio israeliano e quello palestinese occupato. «Non accettiamo ultimatum esterni circa i nostri confini», ha detto. «In quanto primo ministro di Israele - ha avvertito Netanyahu - non posso consentire che si colpiscano centinaia di migliaia di israeliani che vivono in Giudea-Samaria, nelle alture del Golan e a Gerusalemme, nostra capitale riunificata». Dopo consultazioni con i ministri Tzipi Livni e Naftali Bennett e col viceministro degli esteri Zeev Elkin, il primo ministro ha ribadito che i confini definitivi di Israele saranno stabiliti solo mediante trattative dirette fra le parti interessate. Nel frattempo, fa capire Netanyahu, il suo paese continuerà a comportarsi come meglio crede, incurante delle decisioni europee. Soddisfatti i palestinesi. Secondo Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell'Olp, dopo le numerose dichiarazioni e condanne «l'Unione europea è passata a decisioni politiche efficaci e a passi concreti che costituiscono un cambiamento qualitativo». Cambiamento che, a suo giudizio, avrà un impatto «positivo» per una possibile ripresa del negoziato bilaterale. Come spesso accade, i palestinesi sotto troppo ottimisti nei confronti della coerenza dell'Ue in Medio Oriente.

sabato 20 luglio 2013

L'incontro tra Wadi'a e Gideon Levy

L'incontro tra Wadi'a e Gideon Levy Il bimbo Wadi'a è diventato parte della consapevolezza pubblica, israeliana e internazionale, dopo che 8 soldati lo hanno arrestato con l'accusa di aver gettato un sasso adminSito sabato 20 luglio 2013 10:07 Commenta Sintesi da un articolo di Gideon Levy (Haaretz)* Hebron, 20 luglio 2013, Nena News - Non sapevamo che Wadi'a fosse in realtà un detenuto recidivo: egli aveva 5 anni e 9 mesi di età, quando è stato arrestato la scorsa settimana dai soldati israeliani , di fronte alle telecamere dell' organizzazione per i diritti umani ." B'Tselem" . Non era il suo primo arresto, ma piuttosto il terzo. Il bambino sembra essere traumatizzato: non sorride, parla poco, si ritira ad ogni tentativo di accarezzargli la testa, si spaventa per ogni soldato che passa, bagna il letto durante la notte, si sveglia urlando e si rifiuta di dormire nella sua casa situata di fronte alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. Wadi'a è diventato parte della consapevolezza pubblica, israeliana e internazionale dopo che otto soldati armati della Brigata Givati delle Forze di Difesa Israeliane lo hanno arrestato per strada e lo hanno portato con loro nella loro jeep blindata con l'accusa di aver gettato un sasso contro le ruote di una vettura appartenente ai coloni. Le telecamere di B'Tselem hanno documentato l'accaduto : il bambino detenuto piange con il padre, ammanettato e bendato, seduto accanto a lui. L'Ufficio del portavoce dell'IDF ha condannato B'Tselem e il lavoro che fa.Questa settimana volevamo andare a casa del bambino che piangeva, ma la polizia di frontiera presso il checkpoint della Tomba dei Patriarchi ci ha impedito di farlo con vari pretesti. Così ci siamo incontrati per strada con il ragazzo e suo padre, esattamente nel punto in cui tutto questo si è verificato martedì della scorsa settimana. Karam, 31 anni, è un operaio edile occasionale a Hebron e ha tre figli. Ha trascorso cumulativamente sette anni della sua vita nelle carceri israeliane a causa dei violenti scontri con i soldati nel quartiere, dove si trova la molto piccola popolazione ebraica di Hebron. Wadi'a e Karam sono nati nello stesso appartamento in affitto di fronte alla Tomba dei Patriarchi, per il quale la famiglia paga 5.000 NIS all' anno e dal quale il padre ora vuole andare via. Karam vorrebbe passare nella zona di Hebron sotto il controllo palestinese o in Giordania o andare in qualsiasi altro luogo, basta che i suoi figli non soffrano. Egli non è più disposto a soggiacere alle costanti umiliazioni che ogni palestinese che vive qui deve subire quotidiamente e al controllo dei soldati, della polizia di frontiera e dei coloni. Solo due famiglie sono rimasti. Le altre, molte migliaia, sono fuggite silenziosamente. E' rimasto chi non può permettersi di andare altrove . Dal 2002, a Karam è stato impedito di lavorare in Israele, così fa lavoretti a Hebron e Halhul.Martedì scorso era a Halhul quando un parente gli ha telefonato per dirgli che Wadi'a era stato arrestato.Come già detto, questa era il terzo fermo del bambino. Karam dice che più di un mese fa i soldati vennero a casa loro la sera lamentandosi che il ragazzino era salito sul tetto della sua casa. Salire sul tetto è vietato i soldati hanno portato Wadi'a via con loro. Il bambino è stato rilasciato solo all'01:00, tre ore dopo essere stato preso in custodia.Poi è stato arrestato una seconda volta circa tre settimane fa: i soldati sono andati a casa e hanno chiesto dove fosse il padre. Karam non era a casa, ma Wadi'a è stato nuovamente portato via per diverse ore. L'Ufficio del portavoce dell'IDF ha rilasciato questa dichiarazione: "L'IDF non ha familiarità con i creclami riguardanti l'arresto o la detenzione precedenti. L'incidente che è descritto nel videoclip è sotto inchiesta, mentre allo stesso tempo, le istruzioni per trattare tali incidenti sono state intensificate". Karam stesso era stato rilasciato dal carcere israeliano circa sei mesi fa. Era stato arrestato dopo aver tentato di tornare a casa una sera e un poliziotto di frontiera non gli aveva permesso di passare attraverso il posto di blocco di fronte a casa sua. L'orario, dice ora, era pochi minuti prima delle 21:00. Alle 21:00 tutti i posti di blocco qui vicino e tutti gli abitanti palestinesi del quartiere sono confinati nelle loro case come parte del normale coprifuoco notturno imposto qui. Il poliziotto di frontiera non ha lasciato che il padre andasse a casa sua. Parole sono state scambiate, forse c'è stata pure un po 'di violenza. Il poliziotto ha detto che Karam stava ostacolando la sua attività e ha chiamato altre forze. Karam è stato arrestato e condannato a sei mesi di carcere e ad altri due mesi di esilio dalla sua casa, è stato costretto a vivere in Giordania, lontano dalla moglie e dai bambini piccoli. Karam dice che i soldati sono soliti invadere la sua casa e a perquesirla. Il quartiere sotto l'occupazione israeliana ha otto punti di controllo di cui tre o quattro lungo il percorso che porta all'asilo di Wadi'a e alterchi violenti avvengono spesso lì. Alle automobili palestinesi, ovviamente, è vietato di avvicinarsi alla zona. Solo quelle appartenenti ai coloni lo possono fare. I loro figli, Karam continua, attaccano periodicamente i bambini palestinesi, ma in questo caso non sono arrestati. L'ultima volta che questo è successo a Wadi'a è stato circa due settimane fa, quando un ragazzo colono di circa 12 anni lo ha picchiato per la strada. Era andato a prendere il pane al negozio di alimentari. Martedì scorso, otto soldati con i berretti viola hanno detenuto Wadi'a in strada. Un colono si era lamentato perchè un bambino aveva gettato un sasso contro la sua auto. Wadi'a afferma di aver gettato un sasso contro un cane randagio ,ma ha colpito gli pneumatici della vettura. I ricercatori sul campo di B'Tselem Manal al-Jabri e Imad Abu Shamsia, che erano in strada in quel momento, attestano che un cane era davvero in giro. I due ricercatori hanno visto che il ragazzo era circondato da otto soldati e hanno cominciato a documentare l'accaduto con le loro videocamere. Wadi'a è stato portato sulla jeep, scortato da un parente, il filmato mostra che sta piangendo copiosamente e battendo i piedi. Karam , quando è arrivato nella sua abitazione , dopo essere stato convocato in fretta, ha visto che Wadi'a era già stato portato a casa, dopo che gli ufficiali della stazione di polizia avevano rifiutato di arrestare il bambino. Karam ha trovato il figlio nascosto in un armadio a casa. I soldati volevano trattenere ancora il bambino, questa volta accompagnato da suo padre, Per tutto il tempo Wadi'a era nascosto nell'armadio e piangeva dalla paura ".Poi il ragazzo e suo padre sono stati portati a piedi al Checkpoint 56, nei pressi di Beit Hadassah. Là il padre è stato ammanettato e bendato con uno straccio di fronte a suo figlio. Karam afferma che volevano ammanettare anche il bambino e lui ha detto ai soldati e ai poliziotti: "Non c'è nessuna legge che permette di ammanettare un ragazzo di 5 anni." In seguito hanno cacciato Karam, così egli riferisce mostrandoci un ginocchio ferito con segni neri e blu e piaghe. Con le mani legate, gli occhi bendati - tutto questo in presenza del suo bambino spaventato - è stato fatto sedere su una sedia vicino al checkpoint. Uno dei due volontari di B'Tselem nella zona, Abu Shamsia, ha documentato anche questo con la sua videocamera. Lui e Karam hanno testimoniato che hanno sentito l'ufficiale dell'Amministrazione Civile, il tenente colonnello Avi sgridare i soldati per aver detenuto il padre e il figlio di fronte alle telecamere. A quanto pare, ha detto: "Voi siete nuove reclute. Se volete fare le cose in questo modo, fatelo in casa, non davanti alle telecamere. Abbiamo avuto abbastanza scandali già "- o qualcosa di simile. Nel video, la cui qualità sonora è scadente, il tenente colonnello Avi sembra dire qualcosa circa l' "elemento hasbara [PR] ." Il filmato mostra il padre ammanettato e bendato, suo figlio accanto a lui, e un gruppo di soldati che li circondano L'ufficiale Avi ha ordinato di trasferire i due detenuti alla polizia palestinese, dove sono stati rilasciati, ma non prima che Karam sia stato costretto a firmare una garanzia per l'importo di 5.000 dinari giordani nel timore che il bambino gettasse altre pietre. Inizialmente si è rifiutato di firmare dicendo ai poliziotti, "questo è un ragazzino," ma i suoi familiari lo hanno persuaso a farlo onde liberare il detenuto Wadi'a , di 5 anni e nove mesi. Nena News

mercoledì 17 luglio 2013

XI festival internazionale del cinema documentario palestinese e arabo

AL ARD DOC FILM FESTIVAL 2013 XI festival internazionale del cinema documentario palestinese e arabo Cagliari - Cineteatro Nanni Loy 21-22-23 Novembre 2013 Al Ard Doc Film Festival giunge quest'anno alla sua undicesima edizione e per l'occasione l'Associazione Amicizia Sardegna Palestina desidera presentare al pubblico un programma di eventi culturali di respiro internazionale. Il Festival, ormai appuntamento fisso con crescenti riscontri da parte di pubblico e critica, vedrà in concorso le più importanti e recenti produzioni documentaristiche a livello internazionale su usi, costumi, tradizioni, modi di vita, storia, politica, religione e società della Palestina e del mondo arabo. A completamento del cartellone è prevista una sezione fuori concorso con la proiezione di selezionati cortometraggi e opere di fiction. Anche quest’anno, l'offerta culturale del festival sarà arricchita da prestigiosi appuntamenti di musica, letteratura e poesia a tema. Inoltre, non mancheranno i dibattiti e gli approfondimenti, occasione di scambio tra il pubblico e i registi presenti, e l'evento dedicato alle scuole Palestina in cattedra. Anche quest'anno il Festival ripropone la fortunata formula della manifestazione a premi suddivisa in due sezioni: una “in concorso” ed una “fuori concorso”.  La sezione “in concorso” è riservata alle opere di cinema documentario inerenti tematiche culturali, sociali o politiche legate al mondo palestinese e arabo che saranno ammesse, a seguito del bando internazionale e relativa selezione ad opera della Commissione esaminatrice e della Direzione artistica, alla gara finale. Le opere che supereranno la selezione saranno poi sottoposte al giudizio della Giuria di esperti e della Giuria del pubblico che assegneranno i premi previsti, come da Regolamento, nel corso della Cerimonia finale. Le categorie in concorso sono: a. Miglior documentario b. Premio Al Ard (Migliore opera sulla Palestina) c. Miglior regista emergente (Migliore opera prima o seconda) d. Premio del pubblico La sezione “fuori concorso”, invece, ospita le opere di fiction e i cortometraggi sulla Palestina e il mondo arabo selezionati dalla Commissione esaminatrice e dalla Direzione artistica. Per questa sezione non sono previsti premi. I film di entrambe le sezioni andranno ad incrementare l'Archivio Storico Multimediale dell'Associazione Amicizia Sardegna Palestina, importante punto di riferimento per studenti e studiosi per quanto riguarda le produzioni documentaristiche sul mondo arabo. Possono partecipare ad Al Ard i filmati prodotti in tutto il mondo che abbiano per tema l'oggetto del Festival. AL ARD DOC FILM FESTIVAL si svolgerà a Cagliari dal 21 al 23 novembre 2013. La manifestazione si concluderà, alla presenza di alcuni registi, con la Cerimonia finale di premiazione. Per informazioni: www.sardegnapalestina.org sardegnapalestina@gmail.com

lunedì 15 luglio 2013

Locandina della presentazione del libro il 20 luglio alla libreria Fandango

FESTA DI ROVINE RECENSIONE DI MARIA SAPORITO

Riflessi d'autore (a cura di Aurora Logullo) Israeliani vs palestinesi. Il racconto di un dissidio vecchio più di un secolo che invita a riflettere di Maria Saporito Da Città del sole, diciotto dolenti testimonianze su un duro scontro politico che riapre una ferita profonda mai rimarginata Un elenco doloroso apre la raccolta di racconti che l’autrice Miram Marino ha compilato col cuore gonfio di tristezza. È l’elenco, inevitabilmente parziale, dei troppi bambini rimasti vittime della guerra israelopalestinese nei primi anni del nuovo millennio. Un conflitto straziante e feroce, come tutti gli altri, ma che – questa la sua particolarità – sembra non finire mai. Una ferita che non vuole chiudersi e che rinnova il dolore di chi, impotente, assiste alla morte diventata prassi. Miriam Marino, ebrea italiana e attivista dell’associazione “Amici della mezzaluna rossa palestinese”, ha scelto di parlarne col garbo di chi conosce la sofferenza e sa tributarle il giusto rispetto. Con la saggezza di chi non celebra vinti, ma registra la miseria dell’uomo accecato da una rabbia troppo antica per meritare comprensione. Anche per questo nel Prologo di Feste di rovine (Città del sole, pp. 152, € 12,00) non le resta che annotare: «Mentre distrugge i palestinesi, strappando loro ciò che hanno di più caro: le nuove generazioni, le case, la terra, l’acqua, il futuro, Israele non si rende conto di avere i veri nemici dentro di sé». size="3"  Dolore senza confini Tuttavia non è un libro partigiano, quello di Miriam Marino: è semmai la coraggiosa testimonianza di una spettatrice coinvolta, che sceglie di assumere il punto di vista dell’altro per documentare un dolore comune, che non conosce etnia o geografia. E, infatti, la seconda parte del suo libro ospita racconti ambientati in Iraq, dove la democrazia importata dagli americani ha seminato morte e sfaceli lasciando rovine nella vita dei civili. I diciotto racconti compilati dalla scrittrice non ammettono consolazione: la mappa umana da lei tracciata è segnata da una sofferenza incontenibile e devastante. Eppure, nelle diverse latitudini percorse dalla guerra, c’è spazio per la speranza, che – come la più abbacinante delle luci – riesce talvolta a cancellare le tenebre e a consegnare un messaggio di inattesa salvezza. size="3"  Martiri d’amore e militari in crisi Tra le storie più toccanti, quella di Samira, giovane volontaria palestinese diventata martire. Il suo imprevisto sacrificio sconvolge la vita di amici e parenti, che non trovano risposte capaci di anestetizzare il dolore. «In lei c’era troppo amore – spiega un collega – voleva aiutare e non poteva, cosa può esserci di peggio? Una ferita troppo a lungo trascurata va in cancrena, se qualcuno ti impedisce di curarla va in putrefazione e non c’è più cura, c’è solo necrosi». Vittima del suo amore frustrato, Samira trova nell’autodistruzione l’unica via d’uscita: «Tutte le strade erano chiuse davanti a me – ammette in uno dei passaggi più struggenti – e il mondo si era ristretto così tanto da diventare un posto di blocco». Ciò che la scrittrice sembra rimarcare in ogni storia è l’ineluttabilità della sconfitta che travolge chiunque venga inghiottito dalla spirale di morte innescata dalla guerra, a prescindere dal credo religioso o dall’ideologia politica. Una sconfitta inevitabile, ma che in taluni personaggi trova un riscatto dignitoso eppure pietosissimo. Come accade a Eitan Liberman, giovane militare israeliano “folgorato” dall’innocenza degli occhi di un nemico palestinese. Lo scambio di sguardi tra i due segna l’inizio di un tormento crescente, che costringerà Eitan a rivalutare ogni cosa: «Portava lo smarrimento di chi aveva sempre guardato il mondo con i suoi occhi miopi e se l’era sempre allargato e ristretto a suo comodo quel mondo, ed ecco che ora indossava per la prima volta occhiali che correggevano il suo difetto e gli presentavano i contorni delle cose con nitidezza». size="3"  La finta democrazia In questo mappamondo imbrattato dal sangue e dalla polvere da sparo, si prende il suo spazio anche l’Iraq “liberato” dagli americani. In tre racconti intitolati Bambini di Bagdad, Miriam Marino riporta la vicenda di una famiglia straziata dalla guerra. Una cronaca minuziosa e incalzante che, dopo aver condotto il lettore nei meandri della paura che non conosce sollievo, lascia in lui il ricordo del buio che annuncia la fine. E poi Rastrellamento, ovvero la lenta agonia di un giovane iracheno che, forzatamente prelevato dalla sua casa da un gruppo di militari americani, concluderà la sua vita in una prigione dimenticata. «Diventerò un morto vivente – gli fa dire la scrittrice – la mia vita è finita a vent’anni. È certo una strana democrazia quella che ci hanno portato!». A contrappuntare ogni racconto una poesia, che Miriam Marino inserisce per contenere l’onda d’urto provocata da tanta violenza. Un rifugio nel lirismo, inteso come unico antidoto alla bruttura e all’insensatezza dell’agire umano che spogliano di speranza le esistenze. A precedere l’ultimo racconto ‒ quello che celebra la vittoria della pace oltre i limiti temporali imposti dalla vita terrena ‒ è un componimento del poeta palestinese Mahmoud Darwish: «Io sono te nelle parole / e un medesimo libro ci unisce. / Siamo coperti dalla stessa cenere. / Eravamo nell’ombra / solo due vittime, due testimoni, / due brevi poemi sulla natura / mentre si conclude / la festa delle rovine…». Maria Saporito   (www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 71, luglio 2013)  

APPELLO DALLA/PER LA PALESTINA

un appello di una compagna attivista ISM attualmente nei Territori Occupati: APPELLO DALLA/PER LA PALESTINA Oggi in tutta la Palestina si protesterà contro il Prawer Plan, un piano che prevede l'elimanzione di 40,000 beduini nel Negew (sud della Palestina). Un'altra mossa per perpretare il genocidio che Israele sta portando avanti da fine '800 e che ha visto i picchi nel 1947 con la Nakba e nel 1967. Negli ultimi tempi le incursioni israeliane nelle città sotto controllo palestinese si sono intesificate, le violenze, i rapimenti dei bambini, le umiliazioni sono tutti aumentati.Durante le manifestazioni e le incursioni israeliane sono state documentate le illegalità dell'esercito israeliano (come sparare i gas in modo diretto contro la persona o picchiare i giornalisti o prendere i bambini e torturarli). Il mondo si è indignato per l'olocausto e ne commemora le vittime. Il mondo non può stare a guardare davanti ad un genocidio che sta avvenendo ora. Qui potete trovare le info sulle città e sugli orari delle manifestazioni di oggi: http://abirkopty.wordpress.com/2013/07/13/july-15th-anger-strike-to-stop-prawer-plan/ In diverse città europee ci saranno manifestazioni contro il Prawer Plan, faccio un appello a tutta l'Italia, a tutta quella Resistenza che è contro gli oppressori, contro il genocidio: vi chiedo di scendere nelle piazze e opporvi al piano mostruoso di Israele. Oggi. Non state a guardare, non lasciamoglielo fare.

domenica 14 luglio 2013

Manifestante a Duplino

Gideon Levy : l’ ultimo rifugio del patriota israeliano:il boicottaggio

Pubblicato da ab il 14/7/13 • Inserito nella categoria: Primo Piano domenica 14 luglio 2013 immagine1 Un manifestante anti-israeliano all’aeroporto di Dublino, in Irlanda, Giugno 7, 2010. Foto da AP Chiunque teme davvero per il futuro del paese ha bisogno di un favore a questo punto : il boicottaggio economico. Una contraddizione in termini? Il boicottaggio è il minimo di tutti i mali e potrebbe produrre benefici storici. E ‘il meno violento delle opzioni e il meno suscettibile di provocare spargimento di sangue. Sarebbe doloroso come le altre alternative, ma le altre sarebbero peggio. Partendo dal presupposto che l’attuale status quo non può continuare per sempre, è l’opzione più ragionevole per convincere Israele a cambiare. La sua efficacia è già stata dimostrata. Sempre più israeliani hanno iniziato a preoccuparsi circa la minaccia del boicottaggio. Quando il ministro della Giustizia Tzipi Livni mette in guardia sulla sua diffusione e chiede, di conseguenza, che la situazione di stallo diplomatico sia superata , fornisce la prova della necessità di un boicottaggio.Lei e gli altri stanno unendo il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Benvenuta nel club. Il cambiamento non arriverà da dentro. Questo è stato evidente per lungo tempo. Fino a quando gli israeliani non pagheranno un prezzo per l’occupazione o almeno non cominceranno a fare il collegamento tra causa ed effetto, non avranno alcun motivo per decretarne la fine. E perché la classe media residente di Tel Aviv deve essere disturbata da ciò che sta accadendo nelle città della West Bank o nella Striscia di Gaza? Quei luoghi sono lontani e non particolarmente interessanti. Finché l’arroganza e l’auto-vittimizzazione continueranno a sussistere nel popolo eletto, il più scelto al mondo, sempre l’unica vittima, non cambierà niente. E ‘anti-semitismo, diciamo : il mondo intero è contro di noi e noi non siamo i responsabili del suo atteggiamento verso di noi. E poi ,nonostante tutto, il cantante inglese Cliff Richard è venuto qui. La maggior parte dell’opinione pubblica israeliana è staccata dalla realtà , la realtà nei territori e all’estero. E ci sono quelli che fanno in modo che questa pericolosa disconnessione sia mantenuta. Insieme alla disumanizzazione e alla demonizzazione dei palestinesi e degli arabi, le persone qui hanno subito il lavaggio del cervello da parte del nazionalismo Nessuno – scrivente incluso, ovviamente – vuole un altro ciclo di spargimenti di sangue. Una non-violenta sollevazione popolare palestinese è una opzione, ma non è certo che accadrà presto.Gli Stati Uniti non fanno alcuna pressione su Israele e poi c’è l’Europa. Il ministro della Giustizia Livni ha dichiarato che il discorso in Europa è diventata ideologico. Lei sa di che cosa sta parlando. Ha anche detto che il boicottaggio europeo non si sarebbe fermato ai soli prodotti realizzati negli insediamenti in Cisgiordania. La distinzione tra i prodotti della occupazione e i prodotti israeliani è una creazione artificiale. Tutta Israele è immersa nell’occupazione , così tutta Israele deve assumersene la responsabilità e pagare il prezzo per questo. Siamo tutti coloni.Il boicottaggio economico si è dimostrato efficace nel Sud Africa.. La rivolta, la statura carismatica di leader come Nelson Mandela e Frederik de Klerk, il boicottaggio dello sport del Sud Africa e l’isolamento diplomatico del paese hanno contribuito alla caduta di un regime odioso. Ma la fine è stata fissata dalla comunità imprenditoriale. E può accadere anche qui. L’economia israeliana non sarebbe in grado di resistere al boicottaggio. E ‘vero che all’inizio aumenteranno il vittimismo, l’isolazionismo e il nazionalismo, ma non per un lungo periodo. Questo potrebbe causare un cambiamento di atteggiamento.Quando la comunità imprenditoriale comincerà a premere sul governo, il governo dovrà ascoltare e forse anche agire. Quando il danno è nel portafoglio più israeliani si chiederanno , forse per la prima volta, perché tutto ciò sta accadendo. E ‘difficile e doloroso, quasi incredibile , per un israeliano che ha vissuto tutta la sua vita qui, che non ha mai considerato di emigrare e si sente collegato a questo paese con tutto il suo essere, di invitare a un tale boicottaggio. Non l’ ho mai fatto. Ho capito il motivo del boicottaggio ,ma non ho mai invitato gli altri a fare un tale passo. Tuttavia Israele è entrata in un profondo stallo sia diplomatico che ideologico, pertanto, l’invito al boicottaggio è richiesto come l’ultimo rifugio per un patriota

Sahar Vardi con il padre

La refusnik Sahar Vardi e la società israeliana

Il 29 giugno l’AICafè ha ospitato la giovane attivista israeliana Sahar Vardi. Partendo dalla sua esperienza nelle proteste e le attività congiunte israelo-palestinese, Sahar ha parlato di come ha deciso di uscire da quello che il sistema educativo israeliano le aveva insegnato e di rifiutare il servizio militare di Mona Niebuhr Sahar è cresciuta a Gerusalemme ed è stata educata in una normale scuola israeliana che, come dice, per definizione significa scuola sionista. Due sono i principali elementi della prospettiva israeliana: il concetto di paura e la normalità del servizio militare. Fin da piccoli, spiega Sahar, ai bambini israeliani viene insegnato a scuola e dalla religione che gli ebrei sono in pericolo. Gli viene detto di aver paura di tutti: dall’esodo in Egitto al nazismo c’è sempre qualcuno che prova ad uccidere gli ebrei. Allo stesso tempo, i bambini israeliani vengono introdotti alla normalità della militarizzazione della vita quotidiana. Gli elementi militaristici compaiono già negli asili dove i bambini sono vestiti da soldati, proseguono a scuola dove le classi organizzano la raccolta di beni da inviare alle unità dell’esercito per poi concludere il tutto con una settimana di addestramento militare di base prima del servizio vero e proprio. La graduale introduzione all’esercito nella vita di tutti i giorni di un bambino, spiega Sahar, non lascia spazio a dubbi o domande: “Il servizio militare collega i due concetti, diventi parte di quello che protegge il popolo ebraico da quello di cui ha paura”. Il modo in cui i bambini vengono cresciuti è lo specchio dell’idea per cui è normale essere costantemente spaventati ed è quindi la cosa più normale del mondo affidarsi ad un esercito che ti protegga. Sahar spiega come i palestinesi sono entrati in questa narrativa della paura e della militarizzazione. Guardando ai palestinesi attraverso le lenti della storia ebraica rende non necessario chiedersi perché fanno quello che fanno. Ogni volta che un palestinese commette un atto contro un israeliano, assume il ruolo storico di nuovo popolo da temere, rendendo necessario per l’esercito proteggere il popolo ebraico. Il momento in cui Sahar ha aperto gli occhi è stato durante la visita ad un villaggio palestinese insieme al padre. Dopo quell’esperienza, Sahar ha iniziato a partecipare a manifestazioni. Descrive la collisione tra la sua educazione e quello che succede sul terreno: “I soldati dovrebbero proteggermi, è questo quello che mi è stato inculcato”. Tuttavia, partecipando alle proteste contro la costruzione del Muro, il ruolo di soldati e palestinesi si è improvvisamente ribaltato: i soldati sono diventati quelli che volevano farle del male, i palestinesi quelli che tentavano di proteggerla. Con il tempo per Sahar l’ingresso nell’esercito non è stata più un’opzione. Anche se esistono diverse funzioni e unità all’interno dell’esercito, spiega la ragazza, il principale progetto resta l’occupazione: “Non importa se lavori ad un checkpoint o porti il caffè ad un generale, sei sempre parte del progetto”. “Avremmo potuto uscire dall’esercito da una porta laterale, ma volevamo prendere una posizione pubblica, dire perché rifiutavamo”. Sahar è stata una degli attivisti che nel 2008 hanno lanciato la cosiddetta Lettera Shministim, firmata da studenti delle superiori che dichiaravano la loro opposizione alla coscrizione. Invece di restare in silenzio, Sahar ha preso la coraggiosa decisione di parlare alla società israeliana per avere un impatto. Per questo ha trascorso due mesi in prigione. Oggi, cinque anni dopo, il suo rifiuto continua a far parte della sua vita quotidiana, nelle conversazioni di tutti i giorni e nei colloqui di lavoro. Sahar dice che non ha danneggiato la sua vita. Tuttavia, esiste la tendenza – rafforzata dalle nuove leggi recentemente proposte – a discriminare le persone che non hanno svolto il servizio militare. Sahar lamenta che la sinistra radicale in Israele non viene ascoltata dalla società, e non è nemmeno parte del dibattito politico: “Come possiamo cambiare qualcosa se la nostra voce non si sente? Spesso la sinistra radicale israeliana non si appella alla sua stessa società, ma si occupa di mobilitare europei e americani per fare pressioni su Israele”. Tante sono per Sahar le opportunità per contribuire al cambiamento. Sulla base della sua personale esperienza di essere entrata a Gerusalemme Est, ritiene che l’interazione personale tra israeliani e palestinesi possa fare la differenza. Ma più importante del livello personale, è la necessità di superare il sistema di separazione tra israeliani e palestinesi: “Come creiamo una connessione per combattere insieme la segregazione e l’occupazione?”. Secondo lei non si tratta di distribuire i privilegi di cui godono gli israeliani, ma di usarli contro il sistema: “Non significa che non voglio questi diritti, voglio che li abbiamo anche gli altri”. Infine, l’importanza della comunità internazionale: le cose brutte accadono perché le brave persone permettono che succedano: “Se tutti quelli che sono per la soluzione a due Stati rifiutano il servizio militare, non esisterà più l’occupazione. Se tutti quelli che dicono che le colonie sono illegali non le sostenessero, non ci sarebbe più l’occupazione”. (tradotto a cura di AIC Italia/Palestina Rossa)

sabato 13 luglio 2013

Il piccolo assieme al padre bendato e ammanettato

Il bambino palestinese di 5 anni fermato dall’esercito israeliano

Il bambino palestinese di 5 anni fermato dall’esercito israeliano 7 video che hanno fatto molto discutere: il bambino era accusato di avere lanciato una pietra contro una macchina di un colono israeliano Da giovedì sta girando molto online un video che mostra un bambino palestinese di cinque anni portato via da sette soldati israeliani, con l’accusa di avere lanciato una pietra contro la macchina di un colono israeliano a Hebron, in Cisgiordania. Il video, che è stato messo online dal gruppo B’Tselem - organizzazione che si occupa di diritti umani nei Territori Occupati e che fornisce le videocamere a diversi palestinesi per filmare episodi di questo tipo – è stato girato martedì insieme ad altri sei filmati brevi, anch’essi pubblicati sul sito dell’organizzazione, e in breve tempo è stato molto commentato, discusso e criticato. Sul sito di B’Tselem l’incidente testimoniato dai sette video è stato diviso in due parti: nella prima parte, girata dal ricercatore di B’Tselem Manal al-Ja’bari, si vede il bambino, Wadi Maswadeh, tenuto per mano dal padre, Karam Maswadeh, mentre cammina per le strade di Hebron, seguito da alcuni soldati israeliani. Secondo il padre i militari sarebbero arrivati a casa della famiglia Maswadeh quando lui non c’era, e avrebbero cercato di convincere la moglie a consegnare il bambino alle autorità. La moglie si sarebbe rifiutata, e all’arrivo del padre a casa i militari avrebbero spiegato ai due genitori che Wadi aveva lanciato una pietra contro una macchina di un colono israeliano vicino al checkpoint di Abed, poco distante dalla Tomba dei Patriarchi a Hebron, e per questo dovevano fermarlo e interrogarlo. VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=dl6YGt7O9eM&feature=player_embedded Nella seconda parte, girata da un altro volontario dell’organizzazione, ‘Imad abu-Shamsiyeh, si vedono padre e figlio seduti su una panchina di un checkpoint israeliano, con il padre ammanettato e bendato. VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=TLf1cjSxQp8&feature-player_embedded Secondo B’Tselem le forze di sicurezza israeliane avrebbero accompagnato Wadi e Karam a un checkpoint militare israeliano, dove, come detto, il padre sarebbe stato ammanettato e bendato. A un certo punto, ha raccontato il padre a B’Tselem, sarebbe arrivato anche un alto ufficiale dell’esercito israeliano, che avrebbe ripreso gli altri militari per avere arrestato padre e figlio in presenza di una videocamera. Solo dopo questo episodio al padre sarebbero state tolte le manette e la benda. VIDEO: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=rEK3HcrkWGw La Repubblica 12.07.2013 Quel bambino palestinese “arrestato” per un sasso di Adriano Sofri TRATTARE un bambino di cinque anni e nove mesi, che piange spaventato, come se fosse un pericoloso nemico adulto, e umiliare suo padre davanti a lui e a causa di lui, non è solo un’infamia: vuol dire fare di quello e di tanti altri bambini, asciugate le lacrime, irriducibili e temibili nemici. È successo il 9 luglio a Hebron, il video è in rete da ieri, girato da un militante di B-Tselem. B-Tselem significa, dalla Genesi, “a sua immagine”, è una preziosa organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani nei territori occupati. Il bambino si chiama Waadi, il suo giovane padre Abu Karam Maswadeh. L’operazione è condotta da una decina di soldati e un ufficiale. Volevano portarlo via da solo – ha tirato un sasso all’auto di un colono, dicono; testimoni dicono che l’ha tirato a un cane – ma sua madre si è opposta, vuole che arrivi il padre, altri bambini, specialmente una minuscola e risoluta, lo circondano e lo incoraggiano. Arriva Karam e chiede: “Perché volete arrestare un bambino di cinque anni?” Ha tirato un sasso. Lui cerca di farli ragionare, invano. Li fanno salire sulla camionetta, li portano via insieme, Waadi piange e si stringe al padre. Li chiudono per mezz’ora in caserma. Poi i soldati ammanettano il padre e gli bendano gli occhi con una fascia bianca, e li portano a piedi, in una ostentata gogna, fino al checkpoint 56 (non so se sia un numero ordinale, certo Hebron è piena di checkpoints), dove li trattengono un’altra mezz’ora. L’uomo di B-Tselem filma tutto, i soldati lo fotografano più volte, per intimidirlo: ma tutta la scena si svolge in una surreale tranquillità. “Mera routine”, osserverà un commentatore israeliano, aggiungendo: “Mero razzismo”. Arriva un ufficiale più alto in grado, il padre – che parla l’ebreo oltre all’arabo e l’inglese – è in grado di seguire i loro discorsi: l’ufficiale li rimprovera per averli arrestati platealmente davanti alle telecamere: danno d’immagine. Allora un soldato slega il padre, gli toglie la benda e gli dà dell’acqua. Padre e figlio vengono consegnati a poliziotti palestinesi, e subito rilasciati. Il video è un incidente, ma rivela che l’arresto di bambini e genitori e la loro consegna alla polizia è la norma, illegale, naturalmente. L’età minima per la responsabilità penale è di 12 anni. Nessun bambino israeliano che tirasse pietre a palestinesi è mai stato arrestato, e neanche gli adulti. Hebron, che per i palestinesi è Al Khalil, capoluogo della Cisgiordania meridionale, occupata dal 1967, sacra a tutte le religioni monoteiste, è abitata da più di 150 mila palestinesi, da 700 coloni israeliani, e più di mille soldati a loro difesa. A Hebron, nel 1994, Baruch Goldstein, medico colono dell’insediamento di Kiryat Arba, fece strage di palestinesi in preghiera nella moschea di Ibrahim – la tomba dei patriarchi: il primo attentato suicida avvenne proclamando di vendicare quella carneficina. Dicono che il viaggio a Hebron stringa il cuore. Che i soldati israeliani e i bambini palestinesi giochino come il gatto coi topolini. Che l’esercito scorti i coloni e i visitatori sionisti in incursioni sprezzanti ai quartieri palestinesi. Che le aggressioni per sradicare colture e forzare i palestinesi a lasciare altre terre ai coloni siano continue. Dall’alto della città vecchia divenuta un luogo fantasma, è stesa una gran rete per impedire ai rifiuti, i sassi, le bottiglie lanciate dagli haredim incattiviti di colpire i passanti palestinesi. Dicono che ai più fanatici piaccia pisciargli sopra, dall’alto. Molti anni fa c’era in Israele un gruppo di riservisti pacifisti che aveva scelto per titolo “Yesh gvul”, che vuol dire “C’è un limite”. Non so se il gruppo ci sia ancora. Il limite dovrebbe esserci, sempre, dovrebbe esserci un limite a tutto. Il 9 luglio è stato di nuovo superato. I cristiani sussultano specialmente alla vista di un giovane uomo incolpevole trascinato per le strade da armati con gli occhi bendati: gli ricorda un altro. E non c’era il bambino. Ma non occorre essere cristiani per sussultare.

venerdì 12 luglio 2013

Il piccolo arrestato

Succede a Hebron

"Ha lanciato dei sassi sui soldati" Arrestato un bambino di 5 anni Fermato a 5 anni per aver lanciato pietre contro i soldati israeliani. E' successo a un bambino palestinese di Hebron, Wadi Maswadeh, nei pressi del checkpoint Abed, vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. Il bambino di 5 anni e nove mesi, in lacrime, è stato portato a casa per avvertire i familiari che sarebbe stato trasferito sotto la responsabilità della polizia palestinese. Di fronte alle resistenze dei genitori, Wadi è stato portato insieme al padre Karam alla base dell'esercito israeliano dove il genitore è stato ammanettato e bendato Video/ Cisgiordania, bimbo di 5 anni arrestato

giovedì 11 luglio 2013

La gestione dell’acqua: un’opportunità? una sfida? o, per caso, un furto?

______________________________________________________________________________ Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, onlus Sede legale: Viale dei Consoli n.11 – 00173 Roma Sede operativa: Via Baldassarre Orero, 59 - 00159 Roma C.F. 90054650586 - c/c/p n. 62237201 www.amicipalestina.org – e-mail: amicidellapalestina@gmail.com La gestione dell’acqua: un’opportunità? una sfida? o, per caso, un furto? Mentre in Italia la società civile si batte per far rispettare in forma e sostanza i risultati referendari relativi alla gestione dell’acqua pubblica, scopriamo che ACEA, FederUtility, NCTM, in bell’accordo con Ambasciata israeliana e WATEC (l’ente israeliano che ha l’obiettivo di sviluppare investimenti e commercio tra USA e Israele) organizzano a Roma, il prossimo 16 luglio, una passerella a supporto del progetto di sfruttamento dell’acqua in una logica di puro profitto e, nel caso israeliano, a servizio di una più profittevole e razionale utilizzazione dell’acqua sottratta ai palestinesi. In Cisgiordania, ovvero in una parte di quello che andrebbe definito Stato di Palestina - come riconosciuto dall’Onu del novembre 2012 - Israele controlla la totalità delle acque dolci e circa il 90% delle falde acquifere montane. Tutte appartenenti allo Stato di Palestina, tutte sfruttate dallo Stato di Israele. Dalla società civile palestinese arriva anche quest’anno la richiesta ai movimenti europei di mobilitarsi e far pressione sui propri governi affinché non sostengano Israele nelle sue continue violazioni, compresa quella di privare il popolo palestinese, tanto a Gaza che in Cisgiordania, della giusta fruizione dell’acqua potabile. Nel 2011 la campagna “SETE DI GIUSTIZIA” aveva l’obiettivo di mobilitare le persone di coscienza perché chiedessero ai loro governi di far pressione su Israele. Ma i governi occidentali sembrarono sordi. Nell’estate del 2012 la campagna si arricchì di una “sfida”, chiedendo alla società civile occidentale di provare a vivere in agosto con 24 litri d’acqua per 24 ore. Ma per tutta risposta si ebbero manifestazioni istituzionali di stima verso il buon uso che Israele sa fare dell’acqua razziata ai palestinesi. Quest’anno una trentina di associazioni palestinesi si sono unite in rete per rilanciare la richiesta. Si rivolgono direttamente ai movimenti europei, i movimenti per l’acqua pubblica in Italia, in particolare, sanno come quella richiesta va ben oltre la sete palestinese. La cosa risulta particolarmente evidente se si scopre che tra i sostenitori del progetto israeliano figura il Presidente dell’ACEA spa, avv. Cremonesi il quale, all’evento del 16 luglio, parlerà di “Sistema idrico integrato: strategie e investimenti per il futuro” . Del resto, in un evento che ha per titolo “La gestione dell’acqua: in un mare di sfide e opportunità, un ponte tra Italia e Israele” e nella cui presentazione Israele viene definito come “un partner di grande interesse per un’Italia a caccia di stimoli …” perché dovrebbe mancare il presidente ACEA? Tuttavia, anche a voler indossare per un attimo un abito liberista e antireferendario, non è possibile ignorare cosa è capace di fare Israele del Diritto internazionale, del Diritto umano e universale e non si può accettare a cuor leggero di farsi partner, e per di più partner-sostenitore, di uno Stato che deliberatamente asseta e umilia, quando non distrugge e uccide, il popolo indigeno di quella terra. Accettare questo ruolo va al di là di una scelta politica non condivisibile ma, in ambito democratico, ipoteticamente rispettabile. Accettare questo ruolo significa essere complici di uno Stato fuori legge come, appunto, è uno Stato che non rispetta il Diritto internazionale e il Diritto universale. Cosa possiamo aspettarci, in Italia, dalla società ACEA considerando anche questo generoso contributo? ______________________________________________________________________________ Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, onlus Sede legale: Viale dei Consoli n.11 – 00173 Roma Sede operativa: Via Baldassarre Orero, 59 - 00159 Roma C.F. 90054650586 - c/c/p n. 62237201 www.amicipalestina.org – e-mail: amicidellapalestina@gmail.com In questi giorni ci è arrivata una lettera, tanto accorata quanto dignitosa, dalla municipalità di Khan Younis. Una lettera che per oggetto aveva soltanto: “Vi preghiamo di rendere nota la nostra condizione”. La condizione di Khan Younis, come di tutta la Striscia di Gaza, è quella di chi, vivendo sotto un assedio – oggi incredibile in termini di diritto, e infatti illegale - non ha accesso all’acqua (deve comprarla dall’assediante) ed ha un uso di sole poche ore al giorno di elettricità, sempre secondo i tempi stabiliti dall’assediante. Pertanto, per tutto quel che riguarda ospedali, strutture pubbliche, fognature e simili, a Gaza si usano i gruppi elettrogeni, i quali vanno alimentati a carburante, la cui fornitura, già scarsa, proveniva dall’unica crepa nelle maglie dell’assedio, rappresentata dallo scambio fortunoso con l’Egitto. La crisi egiziana ha bloccato totalmente le forniture di carburante e l’assedio israeliano, purtroppo, darà meglio i suoi frutti. Infatti, l’impossibilità di attivare le pompe fognarie a causa del fermo del carburante fa presagire una situazione di emergenza sanitaria spaventosa. Immagino che il problema non riguardi l’avv. Cremonesi, né il dr. Drusiani, dirigente della FederUtility il quale, nell’evento del 16 luglio - che si concluderà con un elegante cocktail su uno splendido terrazzo romano in via delle Quattro Fontane - parlerà dello “Sviluppo del servizio idrico in Italia e infrastrutture”. E mentre la società civile palestinese chiede a uomini e donne del mondo di far pressione presso i propri governi, mentre la Municipalità di Khan Younis, affidandosi a un’ingenua speranza ci chiede di “far sapere”, in una sala di Roma (e in quanti altri posti non ci è dato sapere) si aprono le braccia a WATEC Israele2013 preparandosi ad accogliere l’invito a unirsi alla “Missione Economica” che nella conferenza di ottobre che si terrà a Tel Aviv “metterà in risalto le tecnologie che possono servire come chiave per uno sfruttamento più efficiente delle risorse naturali (acqua, suolo, energia e materiali)” intendendo “Riunire i dirigenti aziendali israeliani e internazionali”. Nel 2010, il Consiglio dei Diritti umani dell’ ONU ha dichiarato giuridicamente vincolante il diritto all’acqua salubre e agli impianti di depurazione: ma Israele non riconosce questi diritti. Cosa possiamo aspettarci, dunque, come cittadine e cittadini italiani, già minacciati di espropriazione dei risultati refendari sull’acqua pubblica, da questo abbraccio tra Acea, FederUtility e Israele? Non potendo fare altro, il nostro compito non può che essere quello di denunciare questi accordi e la filosofia che li sottende, sapendo che il loro fallimento sarà un bene per noi e per una buona parte dell’umanità. Non ci basta non essere complici, vogliamo che i complici di questi crimini vengano smascherati. Roma, 9 luglio 2013 Patrizia Cecconi Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, onlus

mercoledì 10 luglio 2013

Manifesto per un censimento delle denunce e l’amnistia per le lotte sociali

Stiamo lanciando questo manifesto (partito dall'Osservatorio sulla Repressione) per il censimento delle denunce e l’amnistia per le lotte sociali. In questi giorni stiamo richiedendo le adesioni di realtà sociali, di lotta, singoli, avvocati, scrittori, attori, musicisti, ecc. e già ne sono arrivate molte. Tra le altre, quella del Movimento No Tav. Il Manifesto è qui sotto, prima di pubblicare le prime adesioni vorremmo che fossero rappresentate le più importanti realtà di lotte sociali. Per questo, chiediamo anche la vostra adesione. Stiamo cercando di raccogliere in fretta adesioni di realtà di lotta degli ultimi anni che hanno subito arresti, denunce, processi, per poter lanciare la campagna il 20 luglio a Genova. Se siete interessati, potete mandare l’adesione rispondendo a questa mail. Grazie, saluti paola staccioli (Osservatorio sulla Repressione) Manifesto per un censimento delle denunce e l’amnistia per le lotte sociali Negli ultimi mesi, fra alcune realtà sociali, politiche e di movimento, ma anche singoli compagni e avvocati, è nato un dibattito sulla necessità di lanciare una campagna politica sull’amnistia sociale e per l’abrogazione del Codice Rocco. Da tempo l’Osservatorio sulla repressione ha iniziato a effettuare un censimento sulle denunce penali contro militanti politici e attivisti di lotte sociali. Ora abbiamo la necessità, per costruire la campagna, di un quadro quanto più possibile completo, che porterà alla creazione di un database consultabile on-line. Ad oggi sono state censite 17 mila denunce. Il nuovo clima di effervescenza sociale degli ultimi anni, che non ha coinvolto solo i tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale ma anche ampie realtà popolari, ha portato a una pesante rappresaglia repressiva, come già era accaduto nei precedenti cicli di lotte. Migliaia di persone che si trovavano a combattere con la mancanza di case, la disoccupazione, l’assenza di adeguate strutture sanitarie, la decadenza della scuola, il peggioramento delle condizioni di lavoro, il saccheggio e la devastazione di interi territori in nome del profitto, sono state sottoposte a procedimenti penali o colpite da misure di polizia. Così come sono stati condannati e denunciati militanti politici che hanno partecipato alle mobilitazioni di Napoli e Genova 2001 e alle manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma. Il conflitto sociale viene ridotto a mera questione di ordine pubblico. Cittadini e militanti che lottano contro le discariche, le basi militari, le grandi opere di ferro e di cemento, come terremotati, pastori, disoccupati, studenti, lavoratori, sindacalisti, occupanti di case, si trovano a fare i conti con pestaggi, denunce e schedature di massa. Un “dispositivo” di governo che è stato portato all’estremo con l’occupazione militare della Val di Susa. Una delle conseguenze di questa gestione dell’ordine pubblico, applicato non solo alle lotte sociali ma anche ai comportamenti devianti, è il sovraffollamento delle carceri, additate dalla comunità internazionale come luoghi di afflizione dove i detenuti vivono privi delle più elementari garanzie civili e umane. Ad esse si affiancano i CIE, dove sono recluse persone private della libertà e di ogni diritto solo perché senza lavoro o permesso di permanenza in quanto migranti, e gli OPG, gli ospedali di reclusione psichiatrica più volte destinati alla chiusura, che rimangono a baluardo della volontà istituzionale di esclusione totale e emarginazione dei soggetti sociali più deboli. Sempre più spesso dunque i magistrati dalle aule dei tribunali italiani motivano le loro accuse sulla base della pericolosità sociale dell’individuo che protesta: un diverso, un disadattato, un ribelle, a cui di volta in volta si applicano misure giuridiche straordinarie. Accentuando la funzione repressivo-preventiva (fogli di via, domicilio coatto, DASPO), oppure sospendendo alcuni principi di garanzia (leggi di emergenza), fino a prevederne l’annientamento attraverso la negazione di diritti inderogabili. È ciò che alcuni giuristi denunciano come spostamento, sul piano del diritto penale, da un sistema giuridico basato sui diritti della persona a un sistema fondato prevalentemente sulla ragion di Stato. Non è quindi un caso che dal 2001 a oggi, con l’avanzare della crisi economica e l’aumento delle lotte, si contano 11 sentenze definitive per i reati di devastazione e saccheggio, compresa quella per i fatti di Genova 2001, a cui vanno aggiunte 7 persone condannate in primo grado a 6 anni di reclusione per i fatti accaduti il 15 ottobre 2011 a Roma, mentre per la stessa manifestazione altre 18 sono ora imputate ed è in corso il processo. Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future urtando quelle presenti. Le organizzazioni della classe operaia, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alle campagne per l’amnistia per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Oggi sollevare il problema politico della legittimità delle lotte, anche nelle loro forme di resistenza, condurre una battaglia per la difesa e l’allargamento degli spazi di agibilità politica, può contribuire a sviluppare la solidarietà fra le varie lotte, a costruire la garanzia che possano riprodursi in futuro. Le amnistie sono un corollario del diritto di resistenza. Lanciare una campagna per l’amnistia sociale vuole dire salvaguardare l’azione collettiva e rilanciare una teoria della trasformazione, dove il conflitto, l’azione dal basso, anche nelle sue forme di rottura, di opposizione più dura, riveste una valenza positiva quale forza motrice del cambiamento. In un’ottica riformatrice le amnistie politiche sono sempre state strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Sono servite a ridurre la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento, incidendo sulle politiche penali e rappresentando passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità. È stato così per oltre un secolo, ma in Italia le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970. Aprire un percorso di lotta e una vertenza per l’amnistia sociale – che copra reati, denunce e condanne utilizzati per reprimere lotte sociali, manifestazioni, battaglie sui territori, scontri di piazza – e per un indulto che incida anche su altre tipologie di reato, associativi per esempio, può contribuire a mettere in discussione la legittimità dell’arsenale emergenziale e fungere da vettore per un percorso verso una amnistia generale slegata da quegli atteggiamenti compassionevoli e paternalisti che muovono le campagne delegate agli specialisti dell’assistenzialismo carcerario, all’associazionismo di settore, agli imprenditori della politica. Riportando l’attenzione dei movimenti verso l’esercizio di una critica radicale della società penale che preveda anche l’abolizione dell’ergastolo e della tortura dell’art. 41 bis. Chiediamo a tutti e tutte i singoli, le realtà sociali e politiche l’adesione a questo manifesto, per iniziare un percorso comune per l’avvio della campagna per l’amnistia sociale. A coloro che hanno a disposizione dati per il censimento chiediamo inoltre di compilare la scheda che può essere scaricata dal sito www.osservatoriorepressione.org Schede e adesioni vanno inviate a: osservatorio.repressione@hotmail.it oppure amnistiasociale@gmail.com

lunedì 8 luglio 2013

Gli americani danno 274 milioni di dollari per aiutare le colonie israeliane. Nuovo rapporto.

Un nuovo rapporto ha scoperto che organizzazioni di destra sono divenute una parte importante della macchina propagandistica del governo israeliano. di Adri Nieuwhof La coalizione di governo formata in Israele all’inizio di quest’anno ha istituito un ministero per la “diplomazia pubblica”, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra lo Stato e gruppi, nominalmente indipendenti, che supportano il sionismo. Un rapporto pubblicato oggi dall’Alternative Information Center di Gerusalemme documenta come la classe dirigente del ministero si attiene a una tendenza decennale per cui il governo ha sempre più attribuito compiti a determinate organizzazioni. Uno dei migliori esempi di questa collaborazione riguarda il gruppo di coloni Elad. Conosciuta anche come Ir David Foundation, alla Elad è stata data la responsabilità formale per la gestione del parco del Regno di Davide nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est. I tentativi dell’Elad di confermare che vi si possono rinvenire i resti di un antico regno ebraico sono stati usati come pretesto per espellere i palestinesi in modo tale che nell’area possano subentrarvi i coloni. Nonostante che parte del lavoro dell’Elad degli ultimi anni sia stato finanziato direttamente dal governo israeliano, essa non divulga tutti i dettagli del suo finanziamento Estremisti Secondo l’Alternative Information Center, organizzazioni similari sono subordinate al sostegno di estremisti negli Stati Uniti. Im Tirtzu è un gruppo guidato dai coloni, che è noto per aver accusato di antisemitismo coloro che criticano Israele. E’ in qualche modo ironico il fatto che la principale fonte del bilancio di Im Tirtzu degli ultimi anni sia costituita dai Cristiani Uniti per Israele (CUFI), il cui fondatore, il predicatore John Hagee, con sede nel Texas, ha fatto dichiarazioni di natura antisemitica. Egli ha scritto, per esempio, che gli ebrei hanno attirato su di sé l’olocausto per la loro “disobbedienza” a Dio. La cifra di 375.000 shekel (103.000 dollari), la più grande donazione singola a Im Tirtzu nel 2009, è arrivata dal CUFI. L’Alternative Information Center cita dati che indicano che, tra il 2002 e il 2009, le organizzazioni americane registrate hanno trasferito alle colonie israeliane nella West Bank e a Gaza circa 274 milioni di dollari. Queste donazioni hanno goduto del titolo all’esenzione fiscale. Negli Stati Uniti, i gruppi di destra spesso possono registrarsi come enti di beneficenza , investendo parte del loro bilancio “in progetti sociali” per i coloni della West Bank, nonostante il fatto che tali colonie siano illegali secondo il diritto internazionale. Inoltre, i regolamenti degli Stati Uniti sono meno severi della legge israeliana che prevede che le organizzazioni non governative (ONG) debbano rendere pubblici i resoconti finanziari annuali comprendenti i nomi dei donatori che hanno dato più di 20.000 shekel (5.528 dollari). Veicolare le donazioni tramite i gruppi statunitensi è diventato un modo facile per aggirare l’obbligo di rivelare i nomi dei donatori. Il rapporto mostra come l’ONG Monitor – un gruppo impegnato ad attaccare chi critica Israele – ha forti connessioni con l’élite politica israeliana. La ONG Monitor è cominciata come un progetto del Jerusalem Center for Public Affairs, un gruppo di esperti ora diretto da Dore Oro, che ha prestato servizio come ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite. The Electronic Intifada è stata una delle tanti organizzazioni attaccate dalla ONG Monitor. Segreto Nel 2010, l’ONG Monitor sollecitò Uri Rosenthal, allora ministro degli esteri dei Paesi Bassi, perchè censurasse un’organizzazione cristiana di beneficenza olandese, la ICCO, per l’attribuzione di una borsa di studio a The Electronic Intifada. La ICCO non capitolò di fronte alle pressioni di Rosenthal e l’anno successivo prorogò la borsa di studio per The Electronic Intifada. Nonostante la sua attenzione rivolta a dove i gruppi considerati ostili a Israele ricevono i loro finanziamenti, la ONG Monitor non rivela la fonte delle sue donazioni e ha chiesto al governo l’autorizzazione a mantenere segreta l’identità dei suoi donatori. Alcune delle fonti del suo finanziamento sono comunque note. Esse comprendono l’Agenzia Ebraica – un ente impegnato nella colonizzazione della Palestina – e Shari Arison , un miliardario che possiede in Israele la Banca Hapoalim. La maggior parte del denaro usato per fondare il gruppo è venuto da Michael Cherney, un amico intimo dell’ex ministro degli esteri di Israele Avigdor Lieberman. La ONG Monitor riceve pure finanziamenti significativi provenienti dagli Stati Uniti. Nel 2008 e 2009, essa ha ottenuto in donazioni rispettivamente 1.608.512 shekel (444.586 dollari) e 1.319.676 shekel (364.753 dollari). Uno dei suoi più grandi contribuenti è stato un gruppo denominato Gli Amici Americani della ONG Monitor. (tradotto da mariano mingarelli) VIDEO: Private Funding of Right-Wing Ideology in Israel http://www.youtube.com/watch?v=oyK2jRQE_yE&feature=player_embedded

domenica 7 luglio 2013

Il pastore ferito

Tre giorni di violenza ad opera di esercito e coloni Israeliani nelle Colline a Sud di Hebron

OPERAZIONE COLOMBA - COMUNICATO STAMPA 06.07.2013 Raid militare nel villaggio di Jinba, in Firing Zone 918, durante la notte del 4 luglio; esercitazioni militari vicino al villaggio di At Tuwani il 5 luglio; coloni picchiano un uomo con ritardo mentale nel villaggio di Tuba il 5 luglio; due palestinesi e quattro attivisti israeliani arrestati nel villaggio di Umm Al Kheer il 6 luglio. Durante la notte tra il 3 e il 4 luglio, trenta soldati con cinque jeep militari hanno fatto incursione nel villaggio palestinese di Jinba, situato nell'area che l'esercito israeliano chiama Firing Zone 918. I soldati provenivano dall'avamposto israeliano di Mitzpe Yair e dalla base militare adiacente al villaggio. Insieme ai soldati c'erano due coloni che accusavano i palestinesi di aver rubato una pecora dall'avamposto israeliano. I soldati sono entrati, hanno perquisito e messo a soqquadro diverse case palestinesi rompendo serrature e porte di metallo; hanno lanciato bombe sonore, tra le quali una è stata tirata dentro una casa e una ha colpito un uomo che stava dormendo all'aperto. Durante il raid quattro ragazzi sono stati picchiati dai soldati con le armi e tre uomini sono stati portati e detenuti nell'avamposto israeliano di Mitzpe Yair per diverse ore. L'ultimo di essi (Mahmoud Isa Ibrahim Rabai) è stato rilasciato alle 9 del mattino. Il 5 luglio, tra le 10 e le 12.30 circa 50 coloni scortati da otto soldati sono passati camminando attraverso i villaggi palestinesi di Al Birkeh, At Tuwani e Ar Rakeez dicendo di essere in visita alle antiche rovine israeliane della zona e si sono fermati in diversi punti tra case e persone palestinesi. Nel pomeriggio hanno avuto luogo esercitazioni militari nella valle palestinese di Humra, molto vicino al villaggio palestinese di At Tuwani e all'avamposto israeliano di Havat Ma'on. Le esercitazioni consistevano in corse, finte sparatorie e primo soccorso di feriti. Erano presenti 3 camionette dell'esercito e 18 soldati. L'azione si è verificata tra le 16 e le 17.30. I soldati hanno minacciato volontari di Operazione Colomba e palestinesi che si trovavano sulla propria terra. E' stato intimato loro di andarsene perché era in corso l'esercitazione. Gli stessi soldati si sono spostati su una collina tra il villaggio palestinese di Tuba e l'avamposto israeliano di Havat Ma'on, dove sono rimasti fino alle 19. Intorno alle 18 un colono israeliano ha guidato un quad attraverso il villaggio di Tuba per poi tornare nell'avamposto. Dieci minuti più tardi una macchina con quattro coloni è entrata nel villaggio e si è fermata vicino ad un pastore palestinese (Meher Isa Aliawad, un ragazzo di 20 anni mentalmente ritardato) che stava pascolando il suo gregge su terra palestinese. L'uomo vedendo i coloni è scappato verso casa sua mentre questi gli hanno lanciato pietre, ferendolo gravemente al braccio sinistro. I coloni in macchina sono dopo poco tornati nell'avamposto israeliano. Il 6 luglio intorno alle 11:45 un pastore palestinese (Heir Suliman della famiglia Eid Hadartin) è stato arrestato mentre stava tornando con il suo gregge nel villaggio beduino di Umm al Kheer. I soldati non hanno dichiarato quale fosse l'accusa contro di lui. Durante le proteste dei palestinesi, quattro attivisti israeliani sono stati detenuti e portati alla stazione di polizia di Kiryat Arba. Due donne palestinesi sono svenute e portate via in ambulanza. Un altro palestinese (Bilal Salem dalla famiglia Eid Hadartin) che cercava di raggiungere l'ambulanza è stato arrestato. Ciononostante le comunità palestinesi delle Colline a sud di Hebron sono fortemente impegnate nello scegliere la nonviolenza come mezzo di resistenza all'occupazione. Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004. Per informazioni: Operazione Colomba, +972 54 99 25 773 [Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

giovedì 4 luglio 2013

Har Homa 69 nuove case per coloni

Gerusalemme Est, approvate 69 nuove case per coloni

Il Comune di Gerusalemme ha approvato permessi di costruzione per 69 nuove abitazioni nella colonia di Har Homa lo scorso mercoledì, un giorno prima dell’arrivo nel Paese del segretario di Stato statunitense John Kerry, impegnato nel rilancio del negoziato di pace. Le case sono parte di un progetto per la costruzione di mille unità abitative per l’insediamento, i cui appalti sono stati pubblicati nell’aprile 2012. di Sergio Yahni İl Jerusalem Post riporta che l’appaltatore, che ha vinto la gara sulle ultime 69 abitazioni, ha presentato il piano di costruzione al Comitato di pianificazione locale del Comune di Gerusalemme. Mercoledì scorso, il Comitato ha rilasciato i permessi necessari, autorizzando il costruttore a cominciare i lavori. Har Homa, nota anche come Homat Shmuel, è una colonia nel distretto palestinese di Betlemme, costruita sulle terre annesse da Israele al Comune di Gerusalemme dopo l’occupazione del 1967. Negli anni ’50 un gruppo di ebrei acquistò 130 dunam di terre (circa 32 acri) sulla collina tra Gerusalemme e Betlemme, area conosciuta in arabo con il nome di Abu Ghneim. Dopo l’armistizio del 1949 tra Israele e Giordania, la collina è rimasta sotto il controllo giordano e le autorità di Amman vi crearono una foresta di pini. Nel 1991, il governo israeliano ha approvato l’espropriazione delle terre per costruire un nuovo insediamento e il primo ministro Shimon Peres ha poi approvato la costruzione, cominciata nel marzo 1997. Quell’anno, gli Stati Uniti hanno posto il veto a due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che imponevano a Israele di interrompere la colonizzazione della collina palestinese. Nell’aprile 1997, in una votazione terminata 134 a 3, gli Stati Uniti, Israele e la Micronesia sono stati i soli tre Paesi sui 185 dell’Assemblea Generale dell’ONU a votare contro una risoluzione che chiedeva lo stop immediato della costruzione di Har Homa. L’insediamento è stato ribattezzato ufficialmente Homat Shmuel nel 1998 dal nome dell’allora vice sindaco di Gerusalemme, Shmuel Meir, che ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione della colonia. Nel 2011, Har Homa contava 13mila abitanti. Reagendo alla decisione di mercoledì, Saeb Erekat, capo negoziatore dell’OLP, ha detto che l’attività coloniale israeliana sta cancellando la soluzione a due Stati. Ha anche chiesto alla comunità internazionale di punire Israele per la sua “sistematica violazione del diritto internazionale”. Secondo tale dichiarazione, resa pubblica dal Dipartimento per gli Affari Negoziali dell’OLP, Israele gode di un selezionato sostegno, a partire dai funzionari USA, che permettono di proseguire con le colonie, altre colonie e ancora colonie. “Fin dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993, Israele ha quasi triplicato il numero di coloni, occupando terra palestinese e risorse – ha detto Erekat – Israele è sempre stato premiato per questo crimini, così che oggi Tel Aviv non è affatto interessato alla pace”. (tradotto a cura di AIC-Italia/Palestina Rossa)