giovedì 31 luglio 2014

Israele stato canaglia assetato di sangue

Ancora una scuola bombardata, dopo un'altra scuola e un mercato nelle ore di "tregua", una tregua falsa che esiste solo nei telegiornali. Non me la sento per ora di fare analisi politiche, per ora le mie parole possono essere solo scintille di fuoco.

Israele stato canaglia assetato di sangue

Quando il profeta Jona mise davanti agli occhi della corrotta città di Ninive i suoi peccati, la città fece penitenza con digiuni e tutti si cosparsero il capo di cenere e fu così che si salvò dall'ira di dio.
Per Israele non basterebbero cento profeti che gli mettessero uno specchio davanti alla faccia perchè vi vedesse dentro il grado di abiezione a cui è giunta. Non c'è speranza per questa gente che avversa la speranza, rattrappita nella sua paura che gronda odio e disumanità, che vive di menzogna e arroganza e che stà correndo verso il precipizio che con accanimento folle si va preparando.
Se si potesse guardare con distacco questa gente, si vedrebbe una folla di forsennati che invoca sangue, che si ostina a corrompere i suoi figli prima dell'età della ragione mettendogli in mano un fucile, o incitandoli a vergare scritte sadiche e insultanti sulle bombe destinate ad altri bambini come loro, che incita allo stupro, all'assassinio, alla prostituzione, che non si sazia mai di vittime innocenti e brinda ogni volta che il sangue palestinese scorre a fiumi.
Si vedrebbe non un paese ma un manicomio di pazzi criminali e farneticanti.
Ma il sangue innocente grida al cielo.
Verrà il momento, perchè verrà, che costoro si pentiranno amaramente di non aver ascoltato quanti fra loro tentavano di ricondurli sulla via della ragione e dell'umanità, chiamandoli traditori. Verrà il momento in cui non gli basteranno le armi e la ferocia per difendersi dal disprezzo del mondo che ora credono di poter imbrogliare. Sono destinati al baratro che loro stessi hanno spalancato. «Dio non ci punisce per i nostri peccati, ma attraverso essi» ho letto da qualche parte. A forza di odio saranno divorati dall'odio e la storia li ricorderà come aguzzini.

"Sosteniamo il BDS, e la Palestina sarà libera"


trascrizione del discorso di Angela Davis a Londra


Studiosa, autrice e leggendaria attivista Angela Davis, in un recente discorso
tenuto a Londra, parla della Palestina, della lotta contro l'apartheid israeliano,
della Società industriale globale delle prigioni e del perché la corporazione di
sicurezza transnazionale G4S dovrebbe essere boicottata.

gennaio2014


Angela Davis sulla Palestina, il G4S e la Società industriale globale delle prigioni

Prima di tutto, vi ringrazio per la splendida accoglienza. E grazie Brenna per
l'appassionata presentazione. Vedo che questa sera sono professore. E grazie anche a Rafeef e
Frank.
E grazie a tutti coloro che sono venuti questa sera. Questo è un incontro importante, in un certo
senso, un inizio importante. E sono felice di vedere che così tante persone, già impegnate nella
campagna contro il G4S, sono presenti pure questa sera. Ci stimolano a continuare questo lavoro.
Prima di partecipare a questo incontro per sottolineare l'importanza del boicottaggio della società
di sicurezza transnazionale G4S, non potevo sapere che questo incontro sarebbe coinciso con la
morte e la commemorazione di Nelson Mandela. E mentre rifletto sui lasciti della lotta che noi
associamo a Mandela, non posso fare a meno di ricordare le lotte che hanno fatto fare grandi passi
verso la vittoria per la sua libertà, e quindi l'arena in cui è stato smantellato l'apartheid
sudafricano.
E come risultato, mi ricordo di Ruth First e Joe Slovo, e ricordo Walter e Albertina Sisulu, Govan
Mbeki, e Oliver Thambo e Chris Hani e i tanti altri che non sono più con noi. In linea con l'insistenza
di Mandela di collocare se stesso sempre all'interno di un contesto di lotta collettiva, è giusto,
credo, evocare i nomi di altri che hanno giocato un ruolo così importante nella distruzione
dell'apartheid.
E mentre é molto commovente vedere l'unanime e costante effusione di lodi a Nelson Mandela,
penso che dovremmo anche mettere in discussione il significato di questa santificazione.
So che lui stesso avrebbe insistito per non essere elevato ad una sorta di santità laica, come singolo
individuo, ma avrebbe sempre rivendicato spazio per i suoi compagni di lotta, e in questo modo
avrebbe seriamente sfidato il processo di santificazione. Era davvero straordinario, ma era
particolarmente notevole come individuo perché si scagliava contro quell'individualismo che lo
avrebbe identificato a scapito di coloro che sono sempre stati al suo fianco.
E penso che la sua profonda individualità risiedesse proprio nel suo rifiuto critico di abbracciare
l'individualismo che è una componente ideologica centrale del neoliberismo. E così voglio perciò
cogliere l'occasione per ringraziare le innumerevoli persone qui nel Regno Unito, tra cui molti
membri dell'ANC allora in esilio e il partito comunista sudafricano che ha costruito in questo paese
un movimento anti-apartheid veramente potente ed esemplare.
Essendo venuta qui in numerose occasioni nel corso degli anni 1970 e 1980 per partecipare a tutta
una serie di manifestazioni anti-apartheid, ringrazio le donne e gli uomini saldi nel loro impegno
per la libertà, così come è stato Nelson Mandela. E vorrei dire che la partecipazione a questi
movimenti di solidarietà qui nel Regno Unito è stata centrale per la mia formazione politica, forse
ancora più centrale rispetto ai movimenti che hanno salvato la mia vita.
E così mentre piango la scomparsa di Nelson Mandela, offro la mia profonda gratitudine a tutti
coloro che hanno tenuto in vita per tanti decenni la lotta anti-apartheid, per tutti gli anni che ci
sono voluti per liberare finalmente il mondo dall'apartheid. E vorrei richiamare lo spirito della
costituzione sudafricana e la sua opposizione al razzismo e all'antisemitismo, nonché al sessismo e
all'omofobia.
Questo è il contesto in cui vorrei unirmi a voi per intensificare le campagne contro un altro regime
di apartheid e in solidarietà con le lotte del popolo palestinese. Come ha detto Nelson Mandela,
sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi.
Il progresso politico di Mandela ha avuto luogo nel contesto di un internazionalismo che da sempre
ci ha spinto a fare collegamenti tra le lotte per la libertà, la lotta dei neri nel sud degli Stati Uniti e
dei movimenti di liberazione africani, per esempio, certamente portate avanti dall'ANC in
Sudafrica, ma anche dal MPLA in Angola, da Swapo in Namibia, Frelimo in Mozambico e PAIGC in
Guinea Bissau e Capo Verde. E quella solidarietà non era soltanto tra persone di discendenza
africana, ma con le lotte dell'America latina e dell'Asia, nonché la continua solidarietà con la
rivoluzione cubana. E, naturalmente, la solidarietà con le persone che stavano lottando contro
l'aggressione militare statunitense in Vietnam.
E così, dopo quasi mezzo secolo, abbiamo ereditato i lasciti di quella solidarietà, comunque che
andassero bene o male le specifiche lotte; la solidarietà era ciò che produceva speranza e
ispirazione. E ha contribuito a creare le condizioni reali per andare avanti.
Così ora siamo messi di fronte al compito di assistere i nostri fratelli e sorelle in Palestina, nella
battaglia contro l'apartheid israeliano. Le loro lotte hanno molte somiglianze con quelle sostenute
contro l'apartheid sudafricano. Una delle più salienti è la condanna ideologica dei loro sforzi per la
libertà rubricati come terrorismo. E ho saputo di prove esistenti che indicano la storica
collaborazione con la CIA che sono state ora rese accessibili - bene, sapevamo che la CIA
collaborava con il regime dell'apartheid sudafricano - sembra che sia stato proprio un agente della
CIA, nel 1962, a indicare alle autorità sudafricane la posizione del luogo in cui si trovava Nelson
Mandela, portando così alla sua cattura e prigionia.
E' proprio fino al 2008 - che è solamente cinque anni fa, giusto? - che il suo nome non era stato
tolto dall'"elenco dei terroristi". Quando George W. Bush – magari qualcuno se lo ricorda - ha
firmato una legge che finalmente cancellava dalla lista lui e gli altri membri dell'ANC ... in altre
parole, quando Mandela in diverse occasioni dopo la sua liberazione nel 1990, ha visitato gli Stati
Uniti, era ancora sulla lista dei terroristi, e doveva essere fatta espressamente una deroga perchè
potesse entrare.
Quello che voglio dire è che per un periodo di tempo molto lungo, lui e i suoi compagni hanno
condiviso lo stesso status di numerosi palestinesi oggi. E che gli Stati Uniti hanno apertamente
collaborato con il governo dell'apartheid sudafricano, come hanno sostenuto e continuano a
sostenere l'occupazione israeliana della Palestina, sotto forma ora di oltre 8,5 milioni dollari al
giorno in aiuti militari. L'occupazione non sarebbe possibile senza la collaborazione del governo
degli Stati Uniti. E questo è uno dei messaggi che dobbiamo trasmettere a Barack Obama.
E' un onore partecipare a questo incontro, soprattutto come membro del Comitato Internazionale
per i Prigionieri Politici che è stato da poco istituito a Città del Capo, e anche come membro della
giuria del Tribunale Russell sulla Palestina.
E naturalmente voglio ringraziare War on Want che sponsorizza questo incontro. E SOAS, e in
particolare l'area progressista per aver reso possibile che questa sera noi si possa essere qui.
L'incontro di questa sera si concentra in particolare sull'importanza di espandere il movimento
BDS, il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni modellato sul forte movimento antiapartheid
che fu per il Sud Africa.
Mentre ci sono numerose aziende transnazionali che sono state identificate come bersagli del
boicottaggio: Veolia, per esempio, e so che qui conoscete abbastanza bene Veolia, SodaStream,
Ahava, Caterpillar e Boeing e Hewlett-Packard, e potrei andare avanti ma mi fermo qui, vorrei
proprio parlare del G4S. E' particolarmente importante perché partecipa apertamente,
direttamente, pubblicamente al mantenimento e riproduzione di apparati repressivi in Palestina.
Stiamo parlando delle carceri, dei posti di blocco e del muro dell'apartheid.
Il G4S rappresenta la crescente pressione riguardo quello che nello stato neoliberista viene
chiamato "sicurezza". E, certo, Gina ha presentato una critica di quella nozione di sicurezza
suggerendo che le alternative femministe possono essere utili quando tentiamo di riconcettualizzare
che cosa dovrebbe significare sicurezza. Le ideologie della sicurezza rappresentate
da G4S rafforzano non solo la privatizzazione della sicurezza, ma anche la privatizzazione della
reclusione, la privatizzazione della guerra, la privatizzazione della sanità e la privatizzazione
dell'istruzione.
Il G4S è responsabile del trattamento repressivo dei prigionieri politici all'interno di Israele, e
attraverso l'organizzazione Addameer, diretta da Sahar Francis, una donna assolutamente
incredibile, e alcuni di voi hanno avuto l'opportunità di ascoltarla. Ma lei viaggia per tutto il paese
e lei e la sua organizzazione, Addameer, ci forniscono informazioni su ciò che sta accadendo sia
all'interno delle carceri che all'esterno.
Abbiamo imparato a conoscere l'universo terrificante della tortura e prigionia che viene affrontato
da tanti palestinesi, ma abbiamo anche imparato a conoscere il loro spirito di resistenza, abbiamo
imparato a conoscere i loro scioperi della fame e le altre forme di resistenza che continuano a
avere luogo dietro le pareti.
Ricordo bene che Rafeef ha sottolineato che il G4S è la terza più grande società privata al mondo.
Qual è la prima? Qual è la più grande società privata al mondo? E' la Wal-Mart. E il numero due è
Foxconn, che produce dispositivi come iPad, ecc. ecc. Allora, stavo guardando il sito della G4S. E'
davvero interessante osservare la loro auto-rappresentazione. Mettono in mostra tutte le cose che
proteggono. E tra gli oggetti della loro protezione ci sono rock star e stelle dello sport, persone e
proprietà. Sto leggendo direttamente dal loro sito: "...dall'assicurare che i viaggiatori abbiano
un'esperienza sicura e piacevole nei porti e negli aeroporti di tutto il mondo ... al garantire la
detenzione e l'accompagnamento di persone che non hanno legittima autorizzazione a rimanere
in un paese."
Ti dicono esattamente quello che stanno facendo. E di nuovo cito: “più di quanto potresti
immaginare... G4S vi garantisce il vostro mondo." E potremmo aggiungere: Più di quanto
potremmo immaginare G4S si è insinuata nella nostra vita con il pretesto dello stato di sicurezza,
nei modi di cui i Palestinesi fanno esperienza, dalla carcerazione politica e tortura, alle tecnologie
razziste di separazione e di apartheid, dal muro in Israele alle scuole simili a prigioni e al muro
lungo il confine Usa-Messico.
Il G4S-Israele ha portato sofisticate tecnologie di controllo nella prigione HaSharon, che ha bambini
tra i suoi detenuti, e la prigione Dimona, che imprigiona anche donne, ma guardiamo per un
momento quanto il G4S è anche coinvolto in quello che potremmo chiamare più estesamente
'complesso industriale-carcerario'. E non mi riferisco al suo coinvolgimento nelle carceri anche se
gestisce e possiede e rende operative prigioni private in tutto il mondo - se avrò ancora tempo
parlerò più tardi di questo, in realtà intendo parlare delle scuole.
Negli Stati Uniti, le scuole, in particolare nelle comunità povere, nelle comunità povere di colore,
sono così profondamente invischiati in questo sistema industriale-carcerario che a volte abbiamo
difficoltà a distinguere tra scuole e carceri. Le scuole sembrano prigioni, usano le stesse tecnologie
di rilevazione e utilizzano spesso gli stessi funzionari di polizia. Abbiamo scuole elementari negli
Stati Uniti le cui sale sono effettivamente presidiate da agenti armati.
Ed è un dato di fatto la tendenza recente di armare i docenti. In particolare in quei distretti
scolastici che non possono permettersi il G4S. Quindi, se non possono permettersi la sicurezza
privata, insegnano ai loro insegnanti come sparare e danno loro le pistole. Non sto scherzando.
Se si guarda un sito web intitolato "grandi scuole", e si guarda una scuola in Florida che si chiama
Central Pasco Girls’ Academy in Land-o-Lakes, si verrà a sapere soltanto che si tratta di una piccola
scuola pubblica alternativa. Ma se si guarda alla pagina "Servizi" del sito G4S, potrete scoprire
questa iscrizione: Central Pasco Girls’ Academy in Land-o-Lakes è per femmine a rischio moderato
di età compresa tra 13-18 anni che sono state valutate come bisognose di servizi di salute mentale
intensivi. E scrivono circa il modo in cui usano i "servizi di genere-sensibile." E che affrontano abusi
sessuali e l'abuso di sostanze, ecc.
Ora, la portata del Sistema industriale carcerario va ben oltre la prigione stessa. E in quel contesto,
si potrebbe anche pensare ad altri modi in cui una società come il G4S è complice del sistema
israeliano di apartheid. E' un fatto che esso fornisce apparecchiature e servizi ai checkpoints. E
fornisce servizi che fanno riferimento a parte del percorso del muro illegale, e così via. Ed è
interessante vedere il G4S lungo il muro in Israele, e vedere anche il G4S che provvede al trasporto
dei deportati - e parlerò pure del Regno Unito fra poco- ma ora mi riferisco ai servizi di trasporto
che vengono utilizzati per accompagnare gli immigrati clandestini dagli Stati Uniti al Messico,
complice in questo modo della normativa repressiva sull'immigrazione e delle pratiche all'interno
degli Stati Uniti.
Ma, certo, è stato qui, nel Regno Unito, che ha avuto luogo uno degli atti più eclatanti di
repressione durante il trasporto di una persona senza documenti. L'ultima volta che sono stata a
Londra, in realtà non molto tempo fa, era in ottobre, ho avuto l'opportunità di incontrare Deborah
Coles, direttore di Inquest (una rivista), e mi ha raccontato il caso di Jimmy Mubenga, l'inchiesta
compiuta la scorsa estate. E ha spiegato come era morto, e la tecnica che è stata utilizzata dai
dipendenti del G4S per evitare che si sentisse la sua voce mentre veniva deportato su un aereo
della British Airways. A quanto pare è stato ammanettato dietro la schiena, aveva la cintura di
sicurezza, e è stato spinto dalle persone del G4S contro il sedile di fronte a lui in quello che loro
chiamano una "fodera karaoke", vale a dire che avrebbe dovuto cantare nella fodera del sedile
davanti a lui.
E 'incredibile, non è vero?, che abbiano questo termine per questa tecnica - a quanto pare non
doveva essere legale, ma la stavano usando comunque - ed è stato tenuto in quel modo per
qualcosa come 40 minuti, e nessuno è intervenuto. E, naturalmente, quando si tentò di dargli il
primo aiuto, era morto.
E credo che questo trattamento vergognoso degli immigrati privi di documenti usato dagli Stati
Uniti al Regno Unito ci obbliga a fare collegamenti con i palestinesi, che sono stati trasformati in
immigrati, in immigrati irregolari, sulla propria terra. Sulla propria terra. E aziende come il G4S
forniscono i mezzi tecnici per la realizzazione di questo processo.
E poi, naturalmente, il G4S è coinvolto nel funzionamento delle carceri in tutto il mondo, tra cui il
Sud Africa. E il Congresso dei sindacati sudafricani, COSATU, ha recentemente parlato contro il G4S,
che gestisce un centro correzionale nello Stato Libero. A quanto pare, l'occasione era uno sciopero
indetto perché qualcosa come 300 membri del sindacato di polizia sono stati licenziati. E mi si
conceda di leggere un breve passaggio dalla dichiarazione COSATU: “Il 'modus operandi' del G4S è
indicativo di due degli aspetti più preoccupanti del capitalismo neoliberista e dell'apartheid
israeliano: l'ideologia della 'sicurezza' e la crescente privatizzazione di quelli che sono stati
tradizionalmente settori pubblici. Sicurezza in questo contesto, non implica la sicurezza per tutti.
Ma piuttosto, quando si guarda ai principali clienti della sicurezza del G4S: banche, governi,
aziende, ecc., diventa evidente che quando il G4S dice nello slogan della società che 'protegge il
tuo mondo', si riferisce a un mondo di sfruttamento, repressione, occupazione e razzismo. "
Quando due anni fa sono stata in Palestina, e Gina ha sottolineato che si trattava di una
delegazione di indigene e donne di colore attiviste-accademiche, in realtà è stato il primo viaggio,
la prima visita in Palestina per tutte noi. E la maggior parte di noi era coinvolta da tempo nel lavoro
di solidarietà verso la Palestina. Ma siamo rimaste tutte totalmente scioccate dalla natura palese
della repressione associata al colonialismo. L'esercito israeliano non ha fatto alcun tentativo di
nascondere o attenuare il carattere della violenza che è accusato di infliggere al popolo
Palestinese.
Ovunque c'erano militari uomini e donne armati. E sembrava che alcuni di loro avessero solo 13
anni. Lo so, quando ci si invecchia, i giovani sembrano ancor più giovani. Ma questi erano giovani
davvero, in giro con enormi armi da fuoco. E' così, ho vissuto questa esperienza come una specie di
incubo. Come può essere possibile? Il muro, il cemento e il filo spinato ovunque trasmettevano
l'impressione di trovarci in carcere. Eravamo già in carcere. E, naturalmente, per quanto riguardava
i Palestinesi c'era preoccupazione, un passo falso e la persona poteva essere arrestata e trascinata
in prigione. Da una prigione a cielo aperto ad una prigione chiusa.
Il G4S, mi sembra, rappresenta queste parabole carcerarie che in Palestina sono così evidenti, ma
che sempre più caratterizzano le spinte al profitto delle multinazionali associate all'aumento delle
carcerazioni di massa negli Stati Uniti e nel mondo.
Negli Stati Uniti, ci sono circa 2,5 milioni di persone in carceri, prigioni e prigioni militari del nostro
paese e nelle prigioni nello stato indiano, e centri di detenzione per immigrati - vale a dire che in
un dato giorno ci sono circa 2,5 milioni di persone. Si tratta di un censimento giornaliero, di modo
che non riflette il numero di persone che passano attraverso il sistema ogni settimana, o ogni
mese, o ogni anno.
La maggioranza di queste persone sono persone di colore. Il settore in più rapida crescita è
costituito da donne, donne di colore. Molti prigionieri sono queer e trans, è un dato di fatto, le
persone trans di colore appartengono al gruppo di coloro che hanno maggiori probabilità di essere
arrestati e imprigionati. Il razzismo fornisce il carburante per la manutenzione, la riproduzione e
l'ampliamento del sistema industriale carcerario. E così, se diciamo, come noi facciamo, di abolire il
sistema industriale-carcerario, dovremmo anche dire di abolire l'apartheid. E porre fine
all'occupazione della Palestina.
Quando negli Stati Uniti abbiamo descritto la segregazione nella Palestina occupata, che così
chiaramente rispecchia l'apartheid storico del razzismo nel sud degli Stati Uniti d'America,
soprattutto quando si parla di questo a persone di colore, la risposta è spesso: "Perché nessuno ne
ha parlato prima? Perché nessuno ha mai detto niente sui cartelli nella Palestina occupata? E delle
super-auto-autostrade della segregazione razziale? Perché nessuno ce ne ha mai parlato?
E così, proprio come noi diciamo "mai più" per il fascismo che ha prodotto l'Olocausto, dovremmo
anche dire "mai più" per l'apartheid, nel sud degli Stati Uniti. Ma questo significa, in primo luogo,
che dobbiamo estendere e intensificare la nostra solidarietà con il popolo della Palestina. Alle
persone di tutti i generi e identità sessuale. Persone dentro e fuori le mura della prigione. Dentro e
fuori il muro dell'apartheid.
Boicottaggio al G4S, Sosteniamo il BDS, e, infine, la Palestina sarà libera. Grazie.
Traduzione: Simonetta Lambertini

mercoledì 30 luglio 2014

La disfatta morale di Israele ci perseguiterà per anni.

La disfatta morale di Israele ci perseguiterà per anni.
Abbiamo superato I 1.000 morti palestinesi. Quanti altri ancora?
di Amira Hass,
Haaretz 28 luglio 2014
Se la vittoria si misura in base al numero dei morti, allora Israele e il suo esercito sono dei grandi vincitori. Da sabato, quando ho scritto queste parole, a domenica, quando voi le leggete, il numero [dei morti palestinesi] non sarà più di 1.000 (di cui il 70-80% civili), ma anche di più.[sono 1200 ndt]
Quanti altri ancora? Dieci corpi, diciotto? Altre tre donne incinte? Cinque bambini uccisi, con gli occhi semichiusi, le bocche aperte, i loro piccoli denti sporgenti, le loro magliette coperti di sangue e tutti trasportati su una sola barella? Se vittoria vuol dire causare al nemico una pila di bambini massacrati su una sola barella, perché non ce ne sono abbastanza, allora avete vinto, capo di stato maggiore Benny Gantz e ministro della Difesa Moshe Ya’alon, voi e la nazione che vi ammira.
E il trofeo va anche alla Nazione delle Start Up, questa volta alla start up premiata per sapere e riferire il meno possibile al maggior numero possibile di mezzi di comunicazione e siti web internazionali. “Buon giorno, è stata una notte tranquilla” ha annunciato plaudente il conduttore della radio militare giovedì mattina. Il giorno precedente il felice annuncio, l’esercito israeliano ha ucciso 80 palestinesi, 64 dei quali civili, compresi 15 bambini e 5 donne. Almeno 30 di loro sono stati uccisi durante quella stessa notte tranquilla da una devastante cannoneggiamento, bombardamento e fuoco di artiglieria israeliana, e senza contare il numero di feriti o di case distrutte.
Se la vittoria si misura con il numero di famiglie distrutte in due settimane – genitori e bambini, un genitore e qualche bambino, una nonna e alcune nuore, nipoti e figli, fratelli e i loro bambini, in tutte le variabili che si possono scegliere – allora noi siamo i vincitori. Ecco qui i nomi a memoria: Al-Najjar, Karaw’a, Abu-Jam’e, Ghannem, Qannan, Hamad, A-Salim, Al Astal, Al Hallaq, Sheikh Khalil, Al Kilani. In queste famiglie, i pochi membri sopravvissuti ai bombardamenti israeliani nelle scorse due settimane invidiano la loro morte.
E non bisogna dimenticare la corona di alloro per i nostri esperti giuridici, quelli senza i quali l’esercito israeliano non fa una mossa. Grazie a loro, far saltare in aria una casa intera – sia vuota o piena di gente – è facilmente giustificato se Israele identifica uno dei membri della famiglia come obiettivi legittimi ( che si tratti di un importante dirigente o semplice membro di Hamas, militare o politico, fratello o ospite della famiglia).
“Se questo è ammesso dalle leggi internazionali” mi ha ditto un diplomatico occidentale, scioccato dalla posizione a favore di Israele del suo stesso Stato, “vuol dire che qualcosa puzza nelle leggi internazionali.”
E un altro mazzo di fiori per i nostri consulenti, i laureati delle nostre esclusive scuole di diritto in Israele e negli Stati Uniti, e forse anche in Inghilterra: sono certo loro che suggeriscono all’esercito israeliano perché è consentito sparare alle squadre di soccorso palestinesi e impedirgli di raggiungere i feriti. Sette membri delle equipe mediche che stavano cercando di soccorrere i feriti sono stati uccisi da colpi sparati dall’esercito israeliano in due settimane, gli ultimi due solo lo scorso venerdì. Altri sedici sono stati feriti. E questo non include i casi nei quali il fuoco dell’esercito israeliano ha impedito alle squadre di soccorso di arrivare sulla scena del disastro.
Ripeterete sicuramente quello che sostiene l’esercito:”Le ambulanze nascondevano dei terroristi” – poiché i palestinesi non vogliono veramente salvare i loro feriti, non voglio veramente evitare che muoiano dissanguati sotto le macerie, non è questo che pensate? Forse che i nostri acclamati servizi di sicurezza, che in tutti questi anni non hanno saputo scoprire la rete di tunnel, sa in tempo reale che in ogni ambulanza colpita direttamente dal fuoco dell’esercito, o il cui cammino per salvare persone ferite è stato bloccato, ci sono davvero palestinesi armati? E perché è ammissibile salvare un soldato ferito al prezzo del bombardamento di un intero quartiere, ma non è consentito salvare un anziano palestinese sepolto sotto le macerie? E perché è proibito salvare un uomo armato, o meglio un combattente palestinese, ferito mentre respingeva un esercito straniero che ha invaso il suo quartiere?
Se la vittoria si misura con il successo nel provocare trauma permanenti a un milioneottocentomila persone (e non per la prima volta) che si aspettano in ogni momento di essere giustiziati – allora la vittoria è vostra.
Queste vittorie si aggiungono alla nostra implosione morale, la sconfitta etica di una società che ora si impegna a non fare un’auto-analisi, che si bea nell’autocommiserazione a proposito di ritardi nei voli aerei e che si fregia dell’arroganza di chi è di è libero da pregiudizi. È una società che ovviamente è in lutto per i propri oltre 40 soldati uccisi, ma allo stesso tempo indurisce il proprio cuore e la propria mente di fronte a tutte le sofferenze e al coraggio morale ed eroismo del popolo che stiamo attaccando. Una società che non capisce quale sia il limite oltre il quale l'equilibrio delle forze gli si ritorcerà contro.
“In tutte le sofferenze e la morte “ ha scritto un mio amico da Gaza “ ci sono tante manifestazioni di tenerezza e di gentilezza. Le persone si prendono cura le une delle altre, si confortano a vicenda. Soprattutto i bambini, che cercano il modo migliore per aiutare i loro genitori. Ho visto tanti bambini di meno di 11 anni che abbracciano e consolano i loro fratellini più piccoli, cercando di distrarli dall’orrore. Così giovani e già si prendono in carico qualcun altro. Non ho incontrato un solo bambino che non abbia perso qualcuno – un genitore, una nonna, un amico, una zia o un vicino. E penso: se Hamas è nato dalla generazione della prima Intifada, quando i giovani che tiravano pietre sono stati presi a fucilate, cosa nascerà dalla generazione che ha sperimentato i ripetuti massacri degli ultimi sette anni?”
La nostra sconfitta morale ci perseguiterà per molti anni in futuro.


Traduzione di Amedeo Rossi

venerdì 25 luglio 2014

Gaza: fragole e sangue

Haaretz, domenica 20 luglio 2014
Gideon Levy : fragole o sangue?


Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è integralista, che è crudele, che non riconosce Israele, che spara sui civili, che nasconde munizioni dentro le scuole e gli ospedali, che non ha fatto niente per proteggere la popolazione di Gaza – dopo che è stato detto tutto questo, e a ragione, dovremmo fermarci un attimo e ascoltare Hamas. Potrebbe perfino esserci consentito metterci nei suoi panni e forse addirittura apprezzare l’audacia e la capacità di resistenza di questo nostro acerrimo nemico, in circostanze durissime.

Invece Israele preferisce tapparsi le orecchie davanti alle richieste della controparte, anche quando queste richieste sono giuste e corrispondono agli interessi sul lungo periodo di Israele stesso. Israele preferisce colpire Hamas senza pietà e senza alcun altro scopo che la vendetta. Stavolta è particolarmente chiaro: Israele dice di non voler rovesciare Hamas (perfino Israele capisce che se lo fa si ritroverà sulla porta di casa la Somalia, altro che Hamas), ma non è disponibile ad ascoltare le sue richieste. Quelli di Hamas sono tutti “bestie”? Ammettiamo pure che sia vero, ma tanto lì stanno e lì restano, e lo pensa anche Israele. Quindi, perché non ascoltarli?
La settimana scorsa sono state pubblicate, a nome di Hamas e della Jihad islamica, dieci condizioni per un cessate il fuoco che sarebbe durato dieci anni. Possiamo anche dubitare che le richieste arrivassero davvero da quelle due organizzazioni, ma comunque erano una buona base per un accordo. Tra di esse non ce n’era neanche una che fosse priva di fondamento.
Hamas e la Jihad islamica chiedono libertà per Gaza. C’è forse una richiesta più comprensibile e lecita? Senza accettarla non c’è modo di mettere fine all’attuale ciclo di uccisioni e di evitarne un altro nel giro di pochi mesi. Nessuna operazione militare – aerea, terrestre o marittima che sia – fornirà una soluzione. Solo cambiando radicalmente atteggiamento nei confronti di Gaza si potrà garantire ciò che tutti vogliono, cioè la tranquillità.
Leggete l’elenco delle richieste e giudicate onestamente se tra di loro ce ne sia anche una sola ingiusta: ritiro dell’esercito israeliano e autorizzazione dei coltivatori a lavorare le loro terre fino al muro di sicurezza; scarcerazione di tutti i prigionieri rilasciati in cambio della liberazione di Gilad Shalit e poi arrestati; fine dell’assedio e apertura dei valichi; apertura di un porto e di un aeroporto sotto gestione Onu; ampliamento della zona di pesca; supervisione internazionale del valico di Rafah; impegno da parte di Israele a mantenere un cessate il fuoco decennale e chiusura dello spazio aereo di Gaza ai velivoli israeliani; concessione ai residenti di Gaza di permessi per visitare Gerusalemme e pregare nella moschea Al Aqsa; impegno da parte di Israele a non interferire con le decisioni politiche interne dei palestinesi, vedi la creazione di un governo di unità nazionale; infine, apertura della zona industriale di Gaza.
Queste sono condizioni civili, i mezzi per realizzarle sono militari, violenti e criminali. Ma la verità (amara) è che tutti se ne fregano di Gaza quando non spara missili contro Israele. Guardate la sorte toccata a quel dirigente palestinese che ne aveva abbastanza delle violenze, Abu Mazen: Israele ha fatto tutto quanto in suo potere per distruggerlo. E qual è la triste conclusione? “Funziona solo la forza”.
La guerra in atto è una guerra per scelta e la scelta l’abbiamo fatta noi israeliani. È vero, quando Hamas ha cominciato a sparare missili Israele non poteva non reagire. Ma contrariamente a ciò che tenta di spacciare la propaganda israeliana, i missili non sono mica piovuti dal cielo senza motivo. Basta tornare indietro di qualche mese: rottura delle trattative da parte di Israele; guerra contro Hamas in Cisgiordania in seguito all’assassinio dei tre studenti di un seminario rabbinico – è dubbio che lo abbia pianificato Hamas – e arresto di 500 suoi attivisti con false accuse; blocco dei pagamenti degli stipendi ai lavoratori di Hamas a Gaza e opposizione di Israele al governo di unità nazionale, che forse avrebbe potuto ricondurre Hamas entro l’agone politico. Chiunque pensi che Hamas avrebbe potuto incassare senza batter ciglio, probabilmente soffre di arroganza, autocompiacimento e cecità.
A Gaza – e in minor misura anche in Israele – si sta versando una quantità terrificante di sangue. Questo sangue è versato invano. Hamas è martellato da Israele e umiliato dall’Egitto. L’unica possibile soluzione sta nella direzione esattamente opposta a quella dove sta andando Israele. Un porto a Gaza, così che possa esportare le sue ottime fragole? Agli israeliani suona come un’eresia. Qui, ancora una volta, si preferisce il sangue (palestinese) alle fragole (palestinesi).

(Traduzione di Marina Astrologo)

mercoledì 23 luglio 2014

A Gaza stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato





A Gaza stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato

Quelli che hanno trasformato Gaza in un campo di concentramento per un milione ottocentomila persone non dovrebbero sorprendersi quando questi scavano gallerie sotterranee.

21.07.14 |
di Amira Hass
21 luglio 2014
haaretz



Oramai mi sono arresa. Ho smesso di cercare nel dizionario la parola per descrivere la metà perduta della testa di un ragazzo mentre suo padre grida “Alzati, alzati, ti ho comprato un giocattolo!” Come se l'è cavata Angela Merkel, la cancelliera della Grande Germania? Israele ha il diritto di difendersi.
Sto ancora lottando con il bisogno di condividere dettagli dell’infinito numero di colloqui che ho avuto con amici di Gaza, per documentare che cosa vuol dire aspettare che arrivi il tuo turno al macello. Per esempio, il colloquio che ho avuto sabato mattina con J. del campo profughi di al Bureji, mentre se ne stava andando a Dir al-Balah con sua moglie. Hanno circa sessant’anni. Quel mattino la sua anziana madre ha ricevuto una chiamata telefonica, e ha sentito una voce registrata che avvertiva i residenti del loro campo profughi di andarsene a Dir al-Balah.
Un libro sulla psicologia militare israeliana dovrebbe aver un intero capitolo dedicato a questo sadismo, che ipocritamente si maschera di compassione: un messaggio registrato che chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro case ormai diventate un bersaglio, per andare da un'altra parte, altrettanto pericolosa, a 10 km da lì. Che cosa state lasciando, ho chiesto a J.? "Cosa, perchè?" mi ha detto, "Abbiamo una capanna vicino alla spiaggia, con un po' di terra e dei gatti. Stiamo andando a dar da mangiare ai gatti e torniamo. Andiamo tutti insieme. Se la macchina salta in aria, moriremo tutti insieme."
Se mi mettessi nei panni di un analista, scriverei: in contraddizione con la diffusa hasbarà [realtà dei fatti] israeliana, Hamas non sta obbligando i Gazawi a rimanere nelle loro case, o a lasciarle. E' una loro decisione. Dove dovrebbero andare? "Se stiamo per morire, è più dignitoso morire a casa nostra, piuttosto che mentre stiamo scappando via," dice l'assolutamente laico J.
Sono ancora convinta che questa sola frase valga più di migliaia di analisi. Ma quando ciò succede ai palestinesi, la maggior parte dei commentatori preferisce scrivere in base agli stereotipi
Ne ho abbastanza di mentire a me stessa - come se potessi anche lontanamente, per telefono, raccogliere le informazioni necessarie per raccontare quello che stanno raccontando i giornalisti che si trovano là. In fin dei conti, si tratta di informazioni che interessano a un piccolo gruppo di popolazione che parla ebreo. Lo stanno vedendo sui canali informativi stranieri o sui siti web. Non hanno bisogno di leggere quello che si scrive qui se vogliono sapere, per esempio, delle brevi esistenze di Jihad (11 anni) e Wasim (8) Shuhaibar, o del loro cugino Afnan (8) del quartiere Sabra a Gaza. Come me, possono leggere il reportage del giornalista canadese Jesse Rosenfeld su " The Daily Beast".
“Issam Shuhaibari, il padre di Jihad e Wasim, è steso su una tomba vicino a dove sono stati sepolti i suoi figli, con gli occhi vuoti, fissi sul nulla. Un braccio porta una fasciatura dell'ospedale, che gli è stata fatta dopo che ha donato il sangue per cercare di salvare la sua famiglia. Il sangue dei suoi figli macchia ancora la sua maglietta," scrive Rosenfeld. "Stavano solo dando da mangiare alle galline quando la bomba li ha colpiti" dice ." Ho sentito un forte rumore sul tetto e sono andato a prenderli. Erano stati maciullati", singhiozza, dopo essere scoppiato in lacrime" continua l'articolo di Rosenfeld. Li abbiamo ammazzati circa due ore e mezza dopo il cessate il fuoco umanitario scaduto lo scorso giovedì. Altri due fratelli, Oudeh (16) e Bassel (8), sono stati feriti, il secondo in modo grave.
Il padre ha raccontato a Rosenfeld che c'era un missile di avvertimento. Prima dell'attacco, avevano sentito il brusio del drone, del tipo che "bussa alla porta". Così ho chiesto a Rosenfeld: "Se il missile era uno di quelli "compassionevoli", quelli che arrivano come avvertimento, la casa in seguito è stata bombardata?" Per caso ho trovato la risposta in un reportage della CNN. La videocamera della televisione è stata manovrata per riprendere l'esplosione che è arrivata dopo un avvertimento da un colpo, il fuoco, il fumo e la polvere. Ma è stata bombardata un'altra casa, non quella degli Shuhaibar. Ho ricontrollato insieme a Rosenfeld e ad altri. Quello che ha ucciso i tre bambini non era un missile palestinese che ha sbagliato direzione. E' stato un missile di avvertimento israeliano. E lo stesso Issam Shuhaibar è un poliziotto palestinese stipendiato dall'Autorità Nazionale Palestinese che si trova a Raamallah.
Ho anche rinunciato a tentare di avere una risposta diretta dall'esercito israeliano. Avete colpito per errore la casa sbagliata, uccidendo così altri tre bambini? (degli 84 che sono stati uccisi domenica mattina.)
Non ne posso più dei vani sforzi di competere con l'abbondanza di commenti orchestrati a proposito degli obiettivi e delle azioni di Hamas, da parte di persone che scrivono come se si fossero seduti attorno a un tavolo con Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, e non invece soltanto con qualche fonte dell'esercito israeliano o con dello Shin Bet, il servizio di sicurezza. Quelli che hanno rifiutato la proposta di pace di Yasser Arafat e di Fatah per la costituzione dei due Stati ora si ritrovano con Haniyeh, Hamas e il BDS [movimento internazionale per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni]. Quelli che hanno trasformato Gaza in un campo di concentramento e di punizione per un milione ottocentomila esseri umani non dovrebbero essere sorpresi del fatto che loro abbiano scavato gallerie sotterranee. Quelli che hanno seminato strangolamento, assedio e isolamento raccolgono il lancio di razzi. Quelli che per 47 anni hanno indiscriminatamente attraversato la linea verde [tra Israele e Cisgiordania], espropriando la terra e infierendo costantemente contro i civili con raid, sparatorie e colonie - che diritto hanno di alzare gli occhi al cielo e parlare del terrorismo palestinese contro i civili?
Hamas sta distruggendo crudelmente e minacciosamente la tradizionale mentalità del doppio standard in cui Israele è maestro. Tutte le brillanti intelligenze e le menti dello Shin Bet non capiscono che noi stessi abbiamo creato la ricetta perfetta della nostra personale versione della Somalia? Volete evitare un'escalation? Questo è il momento: aprite la Striscia di Gaza, lasciate che la gente possa circolare liberamente nel mondo, in Cisgiordania, e [andare] dai propri familiari e le proprie famiglie in Israele. Lasciateli respirare, e capiranno che la vita è molto più bella della morte.

martedì 22 luglio 2014

Israele. Nurit Peled: "Boicottate questo Stato di apartheid"

Israele. Nurit Peled: "Boicottate questo Stato di apartheid"

L’israeliana Nurit Peled, premio Sakharov del Parlamento Europeo, scrive una lettera aperta agli attivisti: “Non possiamo fermare da soli il bagno di sangue: boicottate Israele e mettetelo al bando dalla Comunità internazionale”.









Cari amici e militanti per la pace, vi scrivo dall’entrata dell’inferno. Genocidio a Gaza, massacri in Cisgiordania e paura dei razzi in Israele. Tre coloni israeliani rapiti ed uccisi, mentre la polizia, che è stata avvertita sul momento, non ha fatto niente per impedirlo.

La loro morte è stata usata come pretesto per portare avanti l’attacco già pianificato alla Cisgiordania e a Gaza.

Un ragazzo palestinese di Gerusalemme è stato rapito e bruciato vivo, e la polizia, avvertita immediatamente, non ha fatto niente niente. Più di 200 vittime dei raid su Gaza. Intere famiglie assassinate da piloti israeliani e come risultato lancio di razzi su Israele.

Pericoloso e violento razzismo contro cittadini arabo-israeliani, incoraggiato entusiasticamente da ministri e membri del Parlamento israeliano, che porta a disordini nelle strade, fomenta aggressività e forte discriminazione contro i palestinesi, insieme al risorgere della violenza contro attivisti pacifisti israeliani.

Nonostante accordi, risoluzioni internazionali e promesse israeliane, gli insediamenti si stanno espandendo, mentre le abitazioni palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania continuano ad essere distrutte.

L’acqua scorre senza alcuna limitazione nelle piscine degli insediamenti, mentre i bambini palestinesi soffrono la sete ed interi villaggi e città vivono sotto un crudele razionamento dell’acqua, come ha recentemente sottolineato il presidente del Parlamento Europeo Schultz.

Strade per soli ebrei ed un numero infinito di checkpoint rendono impossibile la vita e gli spostamenti dei palestinesi. Il carattere non democratico dello Stato di Israele lo sta sempre più trasformando in un pericoloso Stato di apartheid.

Tutte queste atrocità sono frutto di un’unica mente diabolica e criminale: la mente dei razzisti, crudeli occupanti della Palestina. La responsabilità per tutti questi crimini contro l’umanità dovrebbe essere attribuita ai dominatori israeliani che hanno le mani sporche di sangue.

Politici e generali israeliani, soldati e piloti, delinquenti di strada e membri della Knesset sono tutti colpevoli dello spargimento di sangue e dovrebbero essere processati dalla Corte Penale Internazionale.

A tutt’oggi la Comunità internazionale non ha fatto abbastanza per porre fine al regime di occupazione israeliana. Di conseguenza Israele non paga alcun prezzo per le sue gravi violazioni della legislazione internazionale e dei valori umani.

Al contrario l’Europa paga anche per molti dei danni umanitari dell’occupazione, rendendo persino più facile ad Israele mantenerla.

Benché siano state pubblicate Linee guida che proibiscono ad istituzioni dell’Unione Europea di investire o finanziare organizzazioni che fanno ricerca e attività negli insediamenti, e nonostante 20 paesi europei abbiano diffidato formalmente i propri cittadini ed imprese dal fare commercio e avere rapporti finanziari con gli insediamenti, ciò non basta.

Questi provvedimenti non mettono seriamente in discussione la politica di Israele nella Palestina occupata.

L’Europa potrebbe fare di molto meglio, come ha dimostrato recentemente nella sua dura risposta all’annessione della Crimea da parte della Russia. Nel giro di poche settimane - non anni – l’Unione Europea ha imposto sanzioni mirate nei confronti di funzionari russi ed ucraini e di imprese di affari operanti in Crimea. L’Unione Europea è andata anche oltre ed ha esteso le sanzioni mettendo al bando l’importazione di merci della Crimea.

Noi cittadini di Israele e popolazione senza Stato della Palestina, non possiamo da soli ottenere la fine dell’occupazione o fermare da soli il bagno di sangue.

Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutta la Comunità internazionale e della Comunità Europea in particolare.

Abbiamo bisogno che voi mettiate sotto accusa il governo e l’esercito israeliani, abbiamo bisogno che boicottiate l’economia e la cultura israeliana, abbiamo bisogno che facciate pressione sul vostro governo perché cessi di trarre profitto dall’occupazione.

E abbiamo bisogno che facciate un appello perché ad Israele sia imposto un embargo sulle armi e sia tolto l’assedio a Gaza.

Israele è la più grande e pericolosa organizzazione terroristica esistente al giorno d’oggi. Tutte le sue munizioni vengono usate per uccidere civili innocenti, donne e bambini. Questo non è niente di meno di un genocidio.

Come persona insignita del premio Sakharov del Parlamento Europeo per i Diritti Umani e in qualità di madre ed essere umano, io faccio appello all’Unione Europea affinché usi tutti i mezzi diplomatici ed economici a sua disposizione per aiutare a salvare il mio paese da questo abisso di morte e disperazione in cui viviamo.

Vi prego di mettere al bando Israele dalla comunità internazionale fino a quando non diventerà un vero Stato democratico.

Boicottate e sanzionate chiunque faccia affari con questo Stato di apartheid e aiutateci a liberarci di questo governo razzista e assettato di sangue, perché sia restituita la vita sia ai palestinesi che agli ebrei israeliani.



Nurit Peled El Hanan



*Nurit Peled-El Hanan insegna all'università di Gerusalemme, ha scritto diversi libri ed ha studiato i testi utilizzati nelle scuole israeliane svelandone il razzismo. E’ stata tra le fondatrici del Parent's Circle, associazione di palestinesi e israeliani che hanno subito perdite nelle proprie famiglie. Ha perso sua figlia di 13 anni in un attentato kamikaze compiuto a Gerusalemme: per la sua morte, Nurit ha accusato il governo israeliano. Attiva da sempre nei movimenti contro l'occupazione e la colonizzazione, è stata tra le promotrici del Tribunale Russell sulla Palestina. E’ stata insignita del premio Sakharov per i Diritti dell’Uomo del Parlamento Europeo insieme allo scrittore palestinese Izzat Gazzawi. Ha scritto questa lettera aperta agli attivisti italiani rispondendo ad un appello di Luisa Morgantini. La traduzione dall’inglese è a cura di AssoPace Palestina.

lunedì 21 luglio 2014

Il genocidio incrementale di Israele nel ghetto di Gaza



La riduzione del numero di palestinesi in tutta la Palestina storica è ancora un obiettivo sionista, scrive Ilan Pappe’.





di Ilan Pappe – Electronic Intifada

Roma, 16 luglio 2014, Nena News – In un articolo del settembre 2006 per Electronic Intifada, ho definito la politica israeliana verso la Striscia di Gaza un ‘genocidio incrementale’. L’attuale assalto di Israele a Gaza purtroppo indica che questa politica non accenna a diminuire.

Il termine è importante perché localizza in modo appropriato l’azione barbara di Israele – allora e adesso – in un contesto storico più ampio. Si deve insistere su questo contesto, dal momento che la macchina della propaganda israeliana tenta ancora e ancora di narrare le sue politiche come fuori contesto e trasforma ogni pretesto che trova in ogni nuova ondata di distruzione nella principale giustificazione per un altro massacro indiscriminato nei campi di sterminio della Palestina.

Il contesto

La strategia sionista di brandire le sue ​​politiche brutali come risposta ad hoc per questa o quella azione palestinese è vecchia come la presenza sionista stessa in Palestina. E ‘stata utilizzata più volte come giustificazione per l’attuazione della visione sionista di una futura Palestina che ha in sé molto pochi, se non nessun, dei nativi palestinesi.

I mezzi per raggiungere questo obiettivo sono cambiati con gli anni, ma la formula è rimasta la stessa: qualunque sia la visione sionista di uno Stato ebraico, può materializzarsi solo senza un numero significativo di palestinesi in esso. E oggi la visione è di un Israele che si estende su quasi tutta la Palestina storica in cui milioni di palestinesi vivono ancora.

L’onda genocida presente ha, come tutte le precedenti, anche uno sfondo più immediato. E’ nata dal tentativo di sventare la decisione palestinese di formare un governo di unità nazionale cui neanche gli Stati Uniti potevano opporsi.

Il crollo della disperata iniziativa di “pace” del Segretario di Stato americano John Kerry ha legittimato l’appello palestinese alle organizzazioni internazionali per fermare l’occupazione. Al tempo stesso, i palestinesi hanno guadagnato un’ampia benedizione internazionale per il tentativo prudente rappresentato dal governo di unità nazionale di organizzare ancora una volta una politica coordinata tra i vari gruppi palestinesi e tra le varie agende.

Fin dal giugno del 1967, Israele ha cercato un modo per mantenere i territori occupati quell’anno senza incorporare la loro popolazione palestinese indigena nella sua cittadinanza fatta di diritti-cuscinetto. Per tutto il tempo ha partecipato alla farsa di un “processo di pace” per coprire o guadagnare tempo per le sue politiche di colonizzazione unilaterale sul terreno.

Con i decenni, Israele ha differenziato tra le aree che intendeva controllare direttamente e quelle che avrebbe gestito indirettamente, con l’obiettivo a lungo termine del ridimensionamento della popolazione palestinese al minimo con, tra gli altri mezzi, pulizia etnica e strangolamento economico e geografico.

La posizione geopolitica della Cisgiordania crea l’impressione in Israele – almeno – che sia possibile raggiungere questo obiettivo senza anticipare una terza rivolta o troppa condanna internazionale.

La Striscia di Gaza, per la sua unica posizione geopolitica, non si presta così facilmente a tale strategia. Fin dal 1994, e ancor più quando Ariel Sharon è salito al potere come primo ministro nei primi anni 2000, la strategia era quella di ghettizzare Gaza e in qualche modo si sperava che la gente del posto – 1,8 milioni a partire da oggi – sarebbe caduta nell’oblio eterno.

Ma il Ghetto ha dimostrato di essere ribelle e non disposto a vivere in condizioni di strangolamento, isolamento, fame e collasso economico. Rispedirlo al dimenticatoio richiede la prosecuzione delle politiche di genocidio.

Il pretesto

Il 15 maggio le forze israeliane hanno ucciso due giovani palestinesi nella città cisgiordana di Beitunia, con il loro assassinio a sangue freddo a causa del proiettile di un cecchino ripreso da un video. I loro nomi – Nadim Nuwara e Muhammad Abu al-Thahir – sono stati aggiunti alla lunga lista di simili omicidi negli ultimi mesi e anni.

L’uccisione di tre adolescenti israeliani, due dei quali minorenni, rapiti nella Cisgiordania occupata nel mese di giugno, era forse una rappresaglia per le uccisioni dei ragazzini palestinesi. Ma per tutte le depredazioni dell’occupazione oppressiva, ha fornito il pretesto prima di tutto per distruggere la delicata unità in Cisgiordania, e poi per la realizzazione del vecchio sogno di spazzare via Hamas da Gaza in modo che il Ghetto potesse essere di nuovo tranquillo.

Dal 1994, ancor prima dell’ascesa di Hamas al potere nella Striscia di Gaza, la particolare posizione geopolitica della Striscia aveva chiarito che qualsiasi azione punitiva collettiva, come quella inflitta oggi, poteva essere solo un’operazione di uccisioni di massa e distruzione. In altre parole: un genocidio continuo.

Questo riconoscimento non ha mai inibito i generali che danno l’ordine di bombardare la gente dall’aria, dal mare e via terra. La riduzione del numero di palestinesi in tutta la Palestina storica è ancora la visione sionista. A Gaza, la sua realizzazione prende la sua forma più disumana.

La particolare tempistica di questa ondata è determinata, come in passato, da ulteriori considerazioni. L’agitazione sociale interna del 2011 è ancora bollente e per un po ‘ c’è stata la richiesta pubblica di tagliare le spese militari e spostare i soldi dal budget gonfiato per la “difesa” ai servizi sociali. L’esercito ha bollato questa possibilità come suicida.

Non c’è nulla come un’operazione militare per soffocare eventuali voci che chiedono al governo di tagliare le spese militari.

Tipiche caratteristiche delle fasi precedenti a questo genocidio incrementale riappaiono anche in questa ondata. Si può testimoniare ancora una volta il consensuale supporto ebraico-israeliano per il massacro di civili nella Striscia di Gaza, senza una voce significativa di dissenso. A Tel Aviv, i pochi che hanno osato manifestare contro di essa sono stati picchiati da teppisti ebrei, mentre la polizia stava a guardare.

L’accademia, come sempre, diventa parte della macchina. Una prestigiosa università privata, il Centro Interdisciplinare di Herzliya, ha istituito “un quartier generale civile” in cui gli studenti volontari possono servire da portavoce della campagna di propaganda all’estero.

Il supporto è prontamente reclutato, non mostra le immagini della catastrofe umana che Israele ha provocato e informa il suo pubblico che questa volta “il mondo ci capisce ed è dietro di noi.”

Tale affermazione è valida fino al punto in cui le élite politiche in Occidente continuano a fornire la vecchia immunità allo “stato ebraico.” Tuttavia, i media non hanno fornito a Israele proprio il livello di legittimità che cercava per le sue politiche criminali.

Eccezioni evidenti includono i media francesi, in particolare France 24 e la BBC, che continuano vergognosamente a ripetere a pappagallo la propaganda israeliana.

Questo non sorprende, dal momento che gruppi di pressione pro-Israele continuano a lavorare instancabilmente per diffondere la causa di Israele in Francia e nel resto d’Europa come fanno negli Stati Uniti.

La strada da percorrere

Sia che si tratti di bruciare vivo un giovane palestinese di Gerusalemme, o di una sparatoria fatale per altri due, solo per il gusto di farlo a Beitunia, o che si uccidano intere famiglie a Gaza, questi atti possono essere perpetrati solo se la vittima è disumanizzata.

Ammetto che in tutto il Medio Oriente ci sono orribili casi in cui la disumanizzazione ha provocato orrori inimmaginabili, come accade oggi a Gaza. Ma c’è una differenza fondamentale tra questi casi e la brutalità israeliana: i primi sono condannati come barbari e disumani in tutto il mondo, mentre quelli commessi da Israele sono ancora pubblicamente leciti e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dai leader della UE e dagli amici di Israele in tutto il mondo.

L’unica possibilità per una lotta efficace contro il sionismo in Palestina è quella basata su un’agenda diritti umani e civili che non distingua tra una violazione e l’altra, e che identifichi chiaramente le vittime e i carnefici.

Coloro che commettono atrocità nel mondo arabo contro le minoranze oppresse e le comunità inermi, così come gli israeliani che commettono questi crimini contro il popolo palestinese, dovrebbero essere tutti giudicati secondo gli stessi principi morali ed etici. Sono tutti criminali di guerra, anche se nel caso della Palestina sono stati al lavoro più a lungo di chiunque altro.

In realtà non importa l’identità religiosa delle persone che commettono le atrocità o in nome di quale religione essi pretendono di parlare. Sia che si chiamino jihadisti, “giudaisti” o sionisti, essi dovrebbero essere trattati allo stesso modo.

Un mondo che smetta di impiegare due pesi e due misure nei suoi rapporti con Israele è un mondo che potrebbe essere molto più efficace nella risposta ai crimini di guerra in altre parti del mondo.

La fine del genocidio incrementale a Gaza e la restituzione dei diritti civili e umani base ai palestinesi ovunque essi siano, compreso il diritto al ritorno, è l’unico modo per aprire una nuova prospettiva per un intervento internazionale produttivo in Medio Oriente nel suo complesso. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News
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lunedì 14 luglio 2014

URGENTE APPELLO DA GAZA: AGITE ORA!




Urgente appello dalla società civile di Gaza: agite ora!

http://electronicintifada.net/content/urgent-call-gaza-civil-society-act-now/13558


Noi palestinesi intrappolati a Gaza insanguinata e assediata facciamo
appello alle persone di coscienza in tutto il mondo perché agiscano,
protestino ed intensifichino i boicottaggi, i disinvestimenti e le
sanzioni contro Israele fino a che metta fine a questo attacco omicida
alla nostra gente e sia chiamata a renderne conto.

Con il mondo che ancora una volta ci volta le spalle, negli ultimi
quattro giorni a Gaza siamo stati lasciati a fronteggiare massacro
dopo massacro. Mentre leggete queste parole, più di 120 palestinesi
adesso sono morti, tra cui 25 bambini. Più di 1000 sono stati feriti e
anche con ferite orrende che limiteranno per sempre la loro vita - più
di due tersi dei feriti sono donne e bambini.

Sappiamo per certo che molti di più non arriveranno al giorno dopo.
Chi sarà il prossimo di noi, mentre ce ne stiamo distesi svegli per
il fragore del massacro, stanotte nei nostri letti? Saremo tra le
prossime foto resi irriconoscibili da questa macchina di distruzione
di Israele che smembra corpi e spezza arti?

Chiediamo la fine dei crimini e dell'oppressione contro di noi. Chiediamo:

Embargo militare su Israele, sanzioni che taglino le forniture
militari e di armi dall'Europa e dagli Stati Uniti, da cui Israele
dipende per commettere tali crimini di guerra.

Sospensione di tutti gli accordi di libero commercio e bilaterali con
Israele, come l'Accordo di Associazione;

Boycottaggio, disinvestimento e sanzioni, come una grande maggioranza
di società civile palestinese ha chiesto nel 2005

Senza pressione e isolamento, il regime israeliano ha provato sempre
ogni volta di più che continuerà questi massacri come vediamo adesso
intorno a noi, e continuerà i decenni di sistematica pulizia etnica,
occupazione militare e politiche di apartheid.

Scriviamo questo sabato notte di nuovo paralizzati nelle nostre case
mentre ci cadono addosso bombe a Gaza. Chi sa quando gli attuali
attacchi finiranno? Per chiunque di noi abbia più di sette anni nelle
nostre menti sono incisi per sempre i fiumi di sangue che scorrevano
per le strade di Gaza quando per oltre tre settimane nel 2009 più di
1400 palestinesi vennero uccisi, di cui 330 bambini.

Fosforo bianco ed altre armi chimiche sono state usate in aree civili,
contaminando la nostra terra con il risultato di un aumento del
cancro. Più recentemente altri 180 sono stati uccisi negli attacchi di
una settimana nel novembre 2012.

E questa volta quanti? 200, 500, 5,000? Chiediamo: Quante nostre
vite ancora devono essere date perché il mondo agisca? Quanto nostro
sangue serve? Prima dei bombardamenti israeliani un membro della
Knesset Ayelet Shaked del partito di estrema destra ebreo
nazionalista ha invocato il genocidio del popolo palestinese.

"DEvono andarsene, come anche le case dove hanno allevato serpenti" ha
detto " Altrimenti vi cresceranno altri piccoli serpenti" Proprio
adesso, niente è al di là della natura assassina dello Stato di
Israele, dato che noi, una popolazione in gran parte di ragazzi, siamo
per loro solo serpenti.

Come ha detto Omar Ghraib in Gaza, "E' stato sconvolgente vedere le
foto di ragazzini e ragazzine ferocemente uccisi. E anche come è stata
uccisa una anziana donna mentre consumava il suo iftar all'ora della
preghiera con i bombardamento sulla sua casa. E' morta con il
cucchiaio in mano, un'immagine che non mi lascerà per molto tempo."

CAse intere sono prese di mira e intere famiglie vengono assassinate.
Giovedì mattina presto è stata spazzata via tutta la famiglia di al
Haj - il padre Mahmoud, la madre Bassema e cinque figli. Nessun
avviso, una famiglia mirata e privata della vita. Giovedì notte, di
nuovo lo stesso, nessun allarme, altri cinque morti compresi quattro
della famigli Ghannam, una donna e un bambino di sette anni tra loro.

Martedì mattina la famiglia Kaware ha avuto una telefonata che
annunciava che la loro casa di tre piani sarebbe stata bombardata. La
famiglia ha cominciato ad andarsene quando un bidone d'acqua è stato
colpito, ma dopo sono tornati con membri della comunità che sono tutti
venuti da un intero quartiere per stare con loro.

Gli aerei israeliani hanno bombardato il palazzo con il tetto pieno di
gente, ben sapendo che erano tutti civili. Sette persone sono morte
immediatamente, compresi cinque bambini di meno di 13 anni. Altri 25
sono stati feriti e in serata è morta per le ferite Seraj Abd al-Aal
di otto anni ...

Forse la famiglia tentava di appellarsi all'umanità del regime di
Israele, pensando che di certo non avrebbero bombardato un tetto pieno
di gente. Ma dato che vediamo famiglie fatte a pezzi intorno a noi, è
chiaro che le azioni di israele non hanno niente a che fare con
l'umanità.

E altri posti sono stati colpiti, come un'auto nettamente
contrassegnata come "stampa", uccidendo il giornalista indipendente
Hamed Shehab, e ferendone altri otto, un veicolo di soccorso della
croce rossa e attacchi ad ospedali che hanno provocato evacuazioni e
altri feriti.

Questa ultima sessione della barbarie israeliana si colloca nel
contesto del blocco inumano che dura da sette anni che ha tagliato
fuori la principale linea vitale dei rifornimenti e della possibilità
per le persone di entrare e uscire, con il risultato della mancanza
grave di medicine e cibo, come adesso riportato da tutti i nostri
ospedali e cliniche.

Il cemento per ricostruire le migliaia di case distrutte dagli
attacchi di Israele è stato bandito e molti feriti e malati non sono
ancora autorizzati ad andare all'estero per ricevere cure urgenti, il
che ha causato la morte di oltre 600 pazienti.

Mentre arrivano altre notizie, dato che i leaders di Israele
promettono di procedere ad un prossimo stadio di brutalità, sappiamo
che ci saranno altri orrori. Per questo vi chiediamo di non voltarci
le spalle. Vi chiediamo di alzarvi in piedi per la giustizia e
l'umanità e di dimostrare il vostro sostegno a quei coraggiosi uomini,
donne bambini radicati nella striscia di Gaza che si trovano di fronte
al tempo più buio. Chiediamo con forza l'azione internazionale:

Interruzione dei rapporti diplomatici con Israele
Processi per crimini di guerra
Immediata protezione internazionale dei civili a Gaza

Vi chiediamo di unirvi alla crescente campagna internazionale per il
boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per far rendere conto a
questo stato disonesto che ancora una volta sta dimostrando di essere
così violento eppure ancora così incontrastato.

Unitevi alla massa critica che cresce nel mondo impegnandovi fino al
giorno in cui i Palestinesi non dovranno crescere in questo incessante
omicidio e distruzione operati dal regime di Israele.Quando potremo
muoverci liberamente, quando l'assedio sarà tolto, l'occupazione
finita e sarà finalmente resa giustizia ai palestinesi rifugiati del
mondo.

AGITE ORA, prima che sia troppo tardi!

Firmato da:

Palestinian General Federation of Trade Unions
University Teachers' Association in Palestine
Palestinian Non-Governmental Organizations Network (Umbrella for 133 orgs)
General Union of Palestinian Women
Medical Democratic Assembly
General Union of Palestine Workers
General Union for Health Services Workers
General Union for Public Services Workers
General Union for Petrochemical and Gas Workers
General Union for Agricultural Workers
Union of Women's Work Committees
Pal-Cinema (Palestine Cinema Forum)
Youth Herak Movement
Union of Women's Struggle Committees
Union of Synergies-Women Unit
Union of Palestinian Women Committees
Women's Studies Society
Working Woman's Society
Press House
Palestinian Students' Campaign for the Academic Boycott of Israel
Gaza BDS Working Group
One Democratic State Group

domenica 13 luglio 2014

L'inizio della fine?

Dal rapimento al collasso: l’inizio della fine?
di Jeff Halper
02/07 /14

Alla fine, l’insostenibilità dell'imprigionamento [warehousing] dei palestinesi forzerà la mano della comunità internazionale [ad intervenire]. Il governo israeliano, così forte da non sapere quando fermarsi, ci porterà a quel risultato.

Il rapimento e l’uccisione dei tre giovani israeliani in Cisgiordania ha scatenato un’operazione militare che segna la fine dell’occupazione israeliana. Il termine “occupazione” indica una situazione militare a termine che si risolve solo attraverso negoziati. Se vale anche in questo caso, allora se ne dedurrebbe che l’occupazione israeliana in Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza (per non parlare delle alture del Golan) è durata solo un decennio, durante il tentennante governo del Partito Laburista.
Dal 1977, quando il governo Begin/Sharon ha annunciato che “Giudea e Samaria” sarebbero state considerate parte integrante della Terra/Stato di Israele, quando ha formalmente annesso Gerusalemme est e le alture del Golan ed ha iniziato la campagna di sistematica distruzione di ogni soluzione dei due Stati attraverso la massiccia costruzione di colonie, “occupazione” ha dato luogo a qualcosa di diverso. In effetti, Israele ha negato che si sia mai trattato di un’occupazione - questo “qualcos’altro” nel gergo israeliano era semplicemente l’”amministrazione” di un territorio “conteso”.
Quindi la Quarta Convenzione di Ginevra non è stata applicata, Israele non ha violato nessuna legge internazionale che impedisce alle forze d’occupazione di cambiare unilateralmente lo status dei Territori occupati e i palestinesi, definiti come popolazione protetta della cui prosperità Israele è responsabile, sono stati lasciati senza protezione. Anzi, dopo la morte di Arafat nel 2004, se non da prima, Israele ha inaugurato un’altra variante dell’occupazione: giungere all’occupazione israelo-palestinese radicata in una milizia dell’Autorità palestinese addestrata dagli americani che agisce come un poliziotto israeliano.
E così è con l’uccisione dei tre [ragazzi israeliani] che stiamo per entrare in un’ulteriore nuova e terribile fase della post-occupazione, L'imprigionamento, un passo oltre l’apartheid. Dopo che la loro terra è stata espropriata ed il 96% dei palestinesi sono stati confinati in dozzine di sottili enclaves su meno del 40% dei Territori occupati – cioè, sul 40% del 22% della loro terra natale – oltre 30.000 delle loro case sono state demolite e un’intera popolazione è stata ridotta alla povertà, e a Gaza le condizioni rasentano l’inedia, dopo che i negoziati sono definitivamente finiti e gli insediamenti [dei coloni] hanno raggiunto una proporzione critica ed irreversibile, la l'imprigionamento sta per iniziare. La buona notizia è che per quanto violenta ed opprimente la campagna di Israele di reclusione possa verosimilmente essere (benché una forte pressione internazionale possa prevenirne gli aspetti peggiori), questo porterà in breve al completo collasso del controllo israeliano e, se saremo pronti con un’alternativa includente, aprirà la strada a nuove possibilità di una pace giusta oggi non ottenibile.
Il termine “warehousing” [imprigionamento], viene dal mondo delle prigioni americane. Gli Usa hanno il 4,4% della popolazione mondiale ed il 25% dei carcerati [del pianeta]. Sono carcerati, sotto tutela dello Stato, il cui status è cristallizzato e che sono, a tutti gli effetti, scomparsi. Nessuno si interessa di quello che gli succede (la riforma delle carceri non ti fa eleggere al Congresso), e i loro diritti sono rispettati solo a parole. E quando si rivoltano – perché noi usiamo un linguaggio non politico per descrivere il comportamento di questi persone di serie B – le guardie carcerarie hanno il diritto e dovere di reprimerli in qualunque modo. Non si negozia. Non sono una controparte, sono sottoposti al potere altrui, ad essere “ammassati al chiuso”, per sempre, se dimostrano di essere insubordinati.
Questo [termine] descrive precisamente il modo in cui Israele vede i palestinesi. Non ha mai riconosciuto l’esistenza del popolo palestinese o dei suoi diritti nazionali di autodeterminazione, e persino nei più radiosi giorni degli accordi di Oslo ha solo riconosciuto l’OLP come un partner per i negoziati. Israele non ha mai dichiarato ufficialmente la sua accettazione della soluzione dei due Stati, sicuramente non una che richiedesse di ritirarsi sulla Linea Verde. Non considerandoli una controparte reale ed uguale con cui negoziare, [Israele] ha solo fatto “offerte generose” da prendere o lasciare. Quindi, dai giorni di Ehud Barak Israele ha dichiarato che non c’è un “partner per la pace”, intendendo che le sue decisioni politiche sono prese in modo unilaterale.
Una volta sepolta per sempre sotto il blocco degli insediamenti colonici la soluzione dei due Stati, Israele sta lavorando di ramazza: le celle della prigione dell’Area A e B sono state preparate, e adesso le autorità della prigione devono trasmettere ai prigionieri la realtà e la mancanza di speranza della loro situazione. Sottomettiti e sopravviverai; resisti e morirai. Questo è proprio il messaggio dell’operazione “Custode del fratello” [Brother’s Keeper], che era semplicemente in attesa di un pretesto, fornito dal rapimento.
Tuttavia coloro che sono senza potere hanno uno strumento efficace a loro disposizione. Possono dire “no”. L’Autorità Nazionale Palestinese sta per diventare un potere d’occupazione a pieno titolo. L’occupazione di Ramallah da parte di Israele in quest’ultima operazione [militare] è avvenuta con l’attiva collaborazione delle forze di sicurezza palestinesi, e spesso i palestinesi dicono di vivere sotto una doppia occupazione. Sia che dia le dimissioni o semplicemente collassi sotto il peso della propria mancanza di credibilità, è difficile vedere come l’ANP possa sopravvivere all’umiliazione e anche al ruolo formale di collaborazionista obbligato a ciò da Israele, cosa che diventerà se rimarrà al potere senza un processo politico che abbia senso.
E’ qui che il collasso interviene – e la risoluzione finale del conflitto. Senza l’ANP a perpetuare la finzione delle due parti impegnate in un negoziato, Israele annetterà la maggior parte degli insediamenti colonici, metà della Cisgiordania, ma sarà alla fine obbligato a rioccupare le città palestinesi e Gaza. (Avigdor Liberman, Ministro degli Esteri [israeliano] ha insistito per la conquista di Gaza fin dall’inizio del rapimento). O viceversa, questo non importa. Quello che alla fine ci rimarrà è una reclusione di lunga durata, il nudo e crudo imprigionamento di un intero popolo. Israele pensa che sia una cosa positiva. Pensa di poter imprigionare una popolazione e di riuscire a farla franca. Può “vincere”. Tale è la sua fede nella protezione garantita dal Congresso americano e dalla sua utilità come uno dei maggiori fornitori di armi e sicurezza al mondo.
Ma è qui che Israele legge male la situazione politica. Se dipendesse solamente dai governi, Israele potrebbe certamente prevalere, perché questi si occupano solo di gestire i conflitti, invece di risolverli. Ma la questione palestinese ha assunto le proporzioni della lotta contro l’apartheid. E come in quella lotta, la società civile internazionale, composta da gruppi politici e da attivisti, organizzazioni dei diritti umani, sindacati, chiese, studenti, intellettuali e da una sempre più critica opinione pubblica è diventata più forte, fino al punto che i governi non possono più ignorarla. Il conflitto israelo-palestinese non è solo una disputa locale; è diventato un conflitto globale che disgrega e destabilizza l’intero sistema internazionale, in particolare l’infiammabile Medio Oriente. Alla fine, l’insostenibilità dell'imprigionamento dei palestinesi forzerà la mano della comunità internazionale [ad intervenire].
Se ciò succederà in un futuro non molto lontano, emergerà la possibilità di una soluzione realmente giusta del conflitto, offrendo alternative oggi non attuabili– in primo luogo la fattibilità di un unico Stato democratico bi-nazionale . Il governo israeliano, così forte da non sapere quando fermarsi, ci porterà a quel punto. Ciononostante non sarà un partner per raggiungere una pace giusta. Alla fine spetterà a noi, il popolo, formulare una soluzione giusta, e renderla effettiva. Il momento è venuto. Il problema è: saremo pronti a coglierlo?
Jeff Halper è il direttore del Comitato Israeliano contro la Demolizione delle case.
L’articolo è stato pubblicato su +972
Vedere anche : http://www.icahd.org/node/553#sthash.QdPt5Lb1.dpuf

(Traduzione di Amedeo Rossi)











sabato 12 luglio 2014

COMUNICATO RETE ECO



11.07.14

La Rete degli Ebrei contro l'Occupazione (Rete-ECO) fa propria la presa di posizione di Jewish Voice for Peace (JVP) contro la guerra di Israele verso la popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania, la cui origine sta, come dichiara JVP, nell'occupazione israeliana della Terra Palestinese. Israele occupa da decenni, contro le molte volte solennemente dichiarate decisioni delle Nazioni Unite, tutta la terra tra il Giordano ed il Mediterraneo, e ne scaccia continuamente gli abitanti Palestinesi, nel mentre perseguita tutti nei modi più vessatori. Da questa situazione di ingiustizia, e da null'altro, nasce il conflitto e la ostilità, i crimini atroci dei giorni scorsi e le le vendette sanguinose per opera di fanatici oltranzisti. Su Israele ricade la responsabilità della strage immane di civili a Gaza , condotta con la potenza distruttrice di un esercito moderno potentemente armato. Ieri sera le vittime, quasi tutte civili e comprendenti molti bambini, erano 90, e aumentano continuamente.
Come dicono i nostri amici di JVP, non possiamo attendere un momento di più per alzare la voce: solo cessando l'Occupazione ed adottando il giusto criterio dell'uguaglianza questo terribile spargimento di sangue può cessare. La nostra incrollabile fede nella giustizia, come ebrei e come esseri umani, ci obbliga a riconoscere che la radice di questa violenza sta nell'impegno del governo israeliano ad occupare la terra altrui, sprezzando il benessere di Palestinesi ed Israeliani".
Chiediamo quindi al Presidente della Repubblica, al Governo Italiano ed alle Autorità della Comunità Europea di cui siamo parte solidale di intervenire con mezzi efficaci ad ottenere dal governo di Israele la immediata cessazione delle ostilità, anche unilateralmente, dato che unilateralmente le ha iniziate.

a nome di Rete-ECO

Paola Canarutto, presidente di Rete-ECO

Il massacro di Gaza e il silenzio del mondo


Il massacro di Gaza mentre il mondo finge di non vedere e di non sapere

Una storia di ferocia militare, donne e bimbi ammazzati a Gaza. Tra le omissioni dei media e l'impotenza della comunità internazionale. [Salvatore Lucente]

Desk2
giovedì 10 luglio 2014 16:28

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di Salvatore Lucente


Ormai è ufficiale. Sei ragazzi israeliani sono stati arrestati per il brutale omicidio del sedicenne palestinese Muhammad Abu Khudair avvenuto mercoledì 2 luglio a Gerusalemme Est. Giovani che fonti governative hanno definito "Jewish extremists", persone appartenenti all'ultranazionalismo israeliano. Persone probabilmente non molto diverse da quelle che a Roma vanno in giro picchiando la gente perché la pensa diversamente da loro.


Per giorni i media hanno cercato di orientare l'opinione pubblica diffamando la memoria della vittima, con rocambolesche ricostruzioni dell'accaduto in cui le ipotesi di punta erano "ucciso per una faida familiare" oppure "ucciso perchè gay". Ed i familiari della vittima, interrogati per ore, hanno poi rivelato di essere stati sottoposti a pressioni di ogni tipo per ammettere una di queste ipotesi. Alla fine, è uscita fuori la verità. Questo ragazzo, ufficialmente, è stato ucciso perchè palestinese. Non sono arrivati messaggi di cordoglio dall'Italia, articoli a tre colonne, foto nelle sedi istituzionali.


I particolari venuti fuori dall'autopsia di Muhammad sono raccapricianti. Il giovane, dopo essere stato rapito, è stato picchiato, costretto ad ingerire benzina ed è stato bruciato vivo. Le foto del corpo orribilmente martoriato sono visibili ovunque in rete. Fosse successo in qualunque altro paese, si sarebbe gridato alla barbarie.


Tre degli arrestati, un trentenne e due minorenni, hanno confessato. Gli altri tre, come riportato dalla testata israeliana Haaretz, sono stati rilasciati oggi per essere messi agli arresti domiciliari. Non sono sospettati di aver compiuto materialmente il brutale assassinio, ma "solo" di appartenere alla cellula che l'ha organizzato. A parti inverse, come abbiamo constatato, avremmo visto un'offensiva militare per eradicare questi "estremisti".


La giustizia e l'inno alla vendetta.
Dopo l'arresto dei sei, sono partite le glorificazioni a mezzo stampa dell'efficienza e imparzialità della giustizia israeliana, come se prendere gli autori di un atto così efferato e crudele non fosse il minimo da fare. Il governo israeliano invece avrebbe dovuto farsi un profondo esame di coscienza, dopo aver lasciato che per giorni si inneggiasse alla vendetta. Gettando continuamente benzina sul fuoco subito dopo la scomparsa di Eyal, Gilad e Naftali, rapiti il 12 giugno e trovati morti il 30 nei pressi di Hebron. La comunità internazionale dovrebbe però chiedersi cosa ci facevano quei ragazzi lì, nei pressi di Hebron. Perché, senza voler giustificare il barbaro omicidio, il movente non è razziale quanto piuttosto politico. Quei tre poveri ragazzi sono stati uccisi perché coloni, persone che vivono in terre non loro, spalleggiati dall'esercito. Persone che partecipano, loro malgrado, all'occupazione militare più lunga della storia. Quei poveri ragazzi sono anche loro vittime innocenti del lassismo con cui la comunità internazionale affronta la questione palestinese, dichiarando illegali gli insediamenti israeliani che chiamiamo comunemente "colonie", ammonendo i propri cittadini a non commerciare con essi, ma lasciando tranquillamente che si moltiplichino. Non bastano gli ammonimenti e le risoluzioni, la comunità internazionale dovrebbe intervenire. O assumersi parte della responsabilità dell'accaduto.


Perché le atrocità cui assistiamo da tre giorni con l'attacco a Gaza derivano da questa vicenda.


Il bavaglio della stampa
Il premier israeliano e altri membri del governo hanno imputato sin dall'inizio l'accaduto ad Hamas, senza aver fornito nessun tipo di prova. Mentre sembra abbastanza certo che non siano stati i vertici dell'organizzazione a dare l'ordine del sequestro, ma una sorta di clan di Hebron solo in parte collegato ad Hamas.


Tutto questo è sembrato come il pretesto che si stava aspettando per riprendere in massa un'offensiva armata contro il popolo palestinese tutto.


Inquietante, è la rivelazione fatta dalla stampa israeliana del "bavaglio" impostogli dalle autorità militari durante le "operazioni di ricerca" dei tre ragazzi. Un bavaglio imposto subito dopo la notizia della loro scomparsa, quando l'esercito era già a conoscenza della loro morte, funzionale a far credere all'opinione pubblica e anche alle famiglie dei ragazzi, che fossero ancora vivi. Un'operazione cinica, utilizzare la scomparsa dei tre ragazzi per mascherare un'operazione militare in piena regola. Bisogna rispettare il dolore dei familiari delle vittime, di tutte le vittime. Non utilizzarlo come pretesto.


Dal rapimento dei tre ragazzi in poi, abbiamo assistito ad una escalation di violenza che ha portato alla "Operazione Bordo Sicuro" cui assistiamo oggi. Netanyahu poteva evitare questa escalation semplicemente rivelando la verità dei fatti.


Media italiani disattenti
Così come poteva evitare questa nuova guerra contro Gaza. Dalla maggior parte dei media italiani, Corriere della Sera in testa, sembra che l'esercito israeliano abbia dato inizio all'operazione Bordo Sicuro questo martedì, dopo che Hamas ha iniziato un lancio di razzi contro Israele. In effetti, martedì a Gaza ci sono stati 20 morti tra civili e componenti di gruppi armati, un numero altissimo di feriti, case distrutte, mentre un centinaio di razzi artigianali partiva dalla Striscia senza provocare danni significativi o feriti. Ma è già dal 11 giugno, un giorno prima del rapimento, che è iniziato, un po' alla volta, il bombardamento, quando le bombe intelligenti dell'IDF hanno ucciso un ricercato mentre andava in bicicletta e insieme a lui un ragazzino di 10 anni. Da allora e fino al 30 giugno, seguendo i dati ufficiali riportati dal OCHA (Ufficio UN per il coordinamento degli affari umanitari), l'aviazione israeliana ha lanciato una serie di attacchi missilistici lungo la Striscia di Gaza.


Gli obiettivi erano dichiaratamente militari, ma 29 civili tra cui 11 bambini sono rimasti feriti, mentre sono andate distrutte almeno 10 case, 6 officine, un magazzino alimentare e 450 alberi. Tre militanti di organizzazioni paramilitari sono stati uccisi. Nello stesso periodo, alcuni razzi sono stati lanciati verso Israele, uno di questi ha provocato un buco nel muro di una casa in Beit Hanoun, e l'incendio di una fabbrica a confine, con il ferimento di tre operai.


Ed è dal 30 giugno che Netanyahu accusa Hamas di lanciare razzi in territorio israeliano (per la prima volta dopo il cessate il fuoco del 2012) facendo partire una escalation di violenza da cui è stato "costretto" a difendersi. Il che significa, per i fatti appena riportati, che è stato proprio il governo israeliano a rompere il cessate il fuoco con il partito islamista ed a iniziare l'attacco.


Intanto, quale che sia la reale motivazione dell'attacco israeliano a Gaza, dopo tre notti in cui sono state sganciate più di 400 tonnellate di bombe, ci sarebbero almeno 76 morti in maggioranza civili, e oltre 550 i feriti, secondo quanto riportato dal ministero della salute di Gaza e dall'agenzia di Hamas Alray. E' una strage, senza umanità. Mancano le parole per descriverla.


In poco più di 48 ore, l'operazione Bordo Sicuro si è già dimostrata più feroce, per gli oltre 740 obiettivi colpiti finora, di quella effettuata in otto giorni nel novembre 2012. Cosa stia davvero cercando di fare Israele a Gaza, e fin dove si spingerà se le organizzazioni internazionali non intervengono, non è dato saperlo. Il primo ministro Netanyahu ha avertito che i "terroristi palestinesi" pagheranno un prezzo altissimo per i razzi che stanno lanciando su Israele. A pagare, finora, sono soprattutto donne e bambini.



venerdì 11 luglio 2014

MEDICI PER I DIRITTI UMANI



Medici per i Diritti umani: l'offensiva militare sta aggravando la crisi già in atto nel sistema sanitario di Gaza

Sempre più grave la carenza di attrezzature mediche, di medicinali e di carburante e preoccupanti i danni agli impianti medici, personale medico e mezzi di soccorso di emergenza. L'offensiva sta provocando un ulteriore deterioramento del sistema sanitario palestinese già di per se in crisi e potrebbe determinare il suo collasso.



Tel Aviv, Roma, 11 luglio 2014 - Già seriamente deteriorate dalla crisi del sistema sanitario - crisi definita dal Ministero della Sanità palestinese, come la più grave dalla chiusura della Striscia di Gaza nel 2007 – le strutture sanitarie palestinesi si trovano in questi giorni ad affrontare ulteriori stati di emergenza con un crescente numero di feriti che arriva ad oltre 500 finora. L' 8 di luglio il Ministero della Salute della Striscia di Gaza ha dichiarato lo stato di emergenza disponendo che tutte gli interventi sanitari pianificati ma non urgenti siano sospesi, che sia alzato lo stato di emergenza in tutte le strutture e che tutti gli operatori sanitari siano richiamati da ogni tipo di congedo e che siano congelate ferie e permessi.

Secondo i funzionari della Striscia di Gaza, le attrezzature mediche stanno diventando insufficienti per garantire un adeguato funzionamento degli ospedali. Dalle informazioni che Medici per i Diritti Umani Israele (Physicians for Human Rights Israele - PHR Israele) ha ricevuto dai funzionari incaricati di gestire gli approvvigionamenti a Gaza, 471 tipi di forniture mediche di consumo, tra cui le garze, iniziano a mancare; circa il 30% delle forniture di farmaci di base – 122 diversi tipi di prodotti farmaceutici- non sono più disponibili e tra questi anestetici e prodotti da infusione endovenosa.

Il personale medico di Gaza ha testimoniato direttamente a PHR-Israele la situazione di grave crisi che sta affrontando: l'Ospedale Shiefa - il più grande ospedale della Striscia di Gaza, che dall'inizio dell'offensiva ha curato oltre la metà dei feriti, si è trovato costretto a usare le forniture di emergenza che saranno però sufficienti solo per i prossimi due giorni; lo staff medico dell'ospedale Alodda di Jabaliya è costretto a improvvisare e trovare alternative per i materiali di base; le equipe delle sale operatorie hanno dovuto utilizzare filo comune da sarta al posto del filo sterile da sutura sterilizzandolo manualmente per limitare le infezioni.

Nei giorni scorsi PHR-Israele ha ricevuto segnalazioni di danni agli edifici delle strutture ospedaliere e al personale medico. L'Euoropean Gaza Hospital di Khan Younis è stato colpito due volte negli ultimi giorni a seguito di bombardamenti aerei. Il portavoce dell'ospedale ha riferito che l'esplosione che ha avuto luogo ieri (9 luglio 2014) nei pressi dell'ospedale ha causato gravi danni alla struttura e il ferimento di 17 persone ricoverate tra cui donne e bambini. A seguito dei bombardamenti sono crollati i controsoffitti in cartongesso nel reparto di terapia intensiva, pediatria, dell'ingresso dell'ospedale e della sala d'attesa. In altri reparti, tra cui medicina interna, cardiologia e chirurgia pediatrica, le finestre sono andate in frantumi coprendo di schegge di vetro tutti gli allestimenti. L'ospedale è stato costretto ad evacuare il Dipartimento di Pediatria e a chiudere tutti i servizi ambulatoriali.

L'organizzazione della Mezzaluna Rossa riferisce che ieri sera alle 21:30, il pronto soccorso e il dipartimento che gestisce il servizio di ambulanze a Jabaliya e che serve una popolazione di circa 350.000 persone, è stato colpito da bombardamenti aerei. Dodici tra medici e volontari sono rimasti feriti e tre di loro sono stati ricoverati per ricevere ulteriori trattamenti mentre gli altri sono già rientrati in servizio. Tre ambulanze su otto sono state gravemente danneggiate e non possono più essere utilizzate. I gravi danno subiti dalla struttura hanno indotto alla chiusura di tutti i servizi erogati che verranno da adesso parzialmente forniti ai residenti direttamente dalla città di Gaza.

Ieri (9 luglio 2014), PMRS (Palestinian Medical Relief Society), un' organizzazione di volontariato che opera in ambito sanitario, ha riferito di gravi danni subiti dal Centro Medico dell'organizzazione che si trova a Beit Hanoun a seguito di pesanti bombardamenti avvenuti nella zona. La notte stessa la linea di emergenza civile (101), che consente l’arrivo delle squadre di soccorso, è stata tagliata.

Oltre ad aggravare la situazione del sistema sanitario palestinese, ormai vicino al collasso, e a provocare ingenti danni strutturali a molti centri medici, i bombardamenti stanno rendendo sempre piu difficile l’approvvigionamento di gasolio necessario per il funzionamento degli ospedali di Gaza. La carenza di gasolio ovviamente si ripercuote anche sui soccorsi in emergenza e in particolare sull’ autonomia e possibilità di movimento di ambulanze sul territorio: ad oggi il Ministero della Sanità palestinese si è già visto costretto a ridurre del 50% gli interventi dei mezzi di soccorso. Più di due settimane fa lo stesso Ministero aveva avvertito che le riserve di carburante stavano diminuendo e che il carburante disponibili avrebbe coperto solo il 20% delle richieste.

I danni agli ospedali e ai centri medici e i pesanti bombardamenti aerei rappresentano una minaccia all'incolumità dei medici e dei pazienti, violano il principio di neutralità dell'assistenza medica e ignorano la speciale protezione accordata alle squadre di soccorso sulla base del loro status e del ruolo vitale che ricoprono in questa emergenza sanitaria. Qualora la situazione dovesse continuare ad aggravarsi, potrebbe essere messa in serie discussione la possibilità dei medici di continuare a prestare servizio per salvare vite umane.

PHR-Israele chiede che lo Stato di Israele fermi l'offensiva militare e qualsiasi attacco diretto o in prossimità delle strutture e infrastrutture mediche e delle squadre mediche e di soccorso. "Seriamente preoccupati per la vita e il benessere di tutti i residenti della zona, facciamo un appello allo Stato di Israele: fermate i bombardamenti e ogni sorta di incitamento alla violenza. Non volgiamo più vittime e feriti. Date priorità alla vita, alla salute e ai diritti di tutti gli esseri umani. Fermate le operazioni militari che stanno causando soltanto distruzioni e un crescente senso di vendetta. Non in nostro nome deve proseguire la distruzione. E' giunto il momento di dirottare le risorse e le energie impiegate per fare la guerra, per porre fine all'occupazione e sposare una nuova visione della realtà”.

giovedì 10 luglio 2014

Appello alle nazioni Unite

Missione Permanente di Osservazione
dello Stato di Palestina
alle Nazioni Unite

Rif. SGC 296/14 8 luglio 2014

Eccellenza,
La situazione sul terreno nella Palestina Occupata si sta deteriorando a velocità allarmante a causa dell’escalation dell’ultima campagna di aggressione militare da parte di Israele, iniziata il 12 giugno 2014, contro la popolazione palestinese. In particolare la Potenza occupante ha intensificato l’attacco contro la Striscia di Gaza assediata, in grave violazione della legalità internazionale, comprese la legislazione umanitaria internazionale e le importanti disposizioni relative alla protezione dei civili nel conflitto armato, e in grave violazione della proibizione di rappresaglie e punizioni collettive contro la popolazione civile sotto occupazione.
Il numero di vittime civili palestinesi sta tragicamente aumentando come risultato di questo brutale e criminale attacco israeliano. Nel tempo trascorso dalla mia lettera a Lei di ieri, la potenza occupante ha lanciato più di 150 raid militari aerei, prendendo deliberatamente di mira aree civili nella Striscia di Gaza, uccidendo almeno 22 palestinesi e ferendo più di 100 civili, compresi donne, bambini e anziani. L’intensificarsi dell’aggressione israeliana contro il milione e 700mila palestinesi imprigionati nella Striscia di Gaza dall’immorale blocco israeliano minaccia di destabilizzare ulteriormente la pericolosa situazione sul terreno ed accendere a tutto campo la miccia di un nuovo ciclo di violenza mortale.
Oggi, 8 luglio 2014, i jet israeliani e il fuoco di artiglieria navale hanno colpito diverse aree civili a Gaza, portando ad una paralisi la vita quotidiana e aggravando la paura e il panico tra la popolazione civile palestinese già traumatizzata. I distruttivi, letali attacchi da parte della Potenza occupante sono stati di vasto raggio, e hanno preso di mira molte abitazioni e infrastrutture in aree dell’intera Gaza. Tra i morti delle ultime 24 ore ci sono stati sei bambini, due dei quali al di sotto dei cinque anni di età, oltre a un bambino di 13 anni e uno di 14 anni. Tra gli uccisi ci sono stati anche: Mohamed Habib e suo figlio Mousa di 19 anni, rimasti uccisi dopo che un attacco aereo ha colpito un veicolo nel quartiere di Al-Shujaiyeh nella città di Gaza; Fakri Saleh Ajjouri, ucciso da un attacco aereo alla sua motocicletta vicino ad Abraj Al Sheikh Zayed, nella parte nord della Striscia di Gaza; inoltre Abduallah Kaware, Mohammad Ashour (13 anni), Riyad Kaware, Mahmoud Judeh, Bakir Mahmoud Judeh (22 anni), Ammar Mohammad Judeh (22 anni) e Hussein Mohammad Kaware (14 anni) sono stati brutalmente assassinati quando un missile israeliano ha distrutto la loro casa.
Le minacce di ulteriore escalation di questa inumana aggressione militare della Potenza occupante contro la Striscia di Gaza non faranno altro che assicurare la perdita di altre vite civili tra la popolazione palestinese sotto occupazione e indifesa. Dichiarazioni di funzionari israeliani, compreso il Primo Ministro di Israele, il quale ha affermato che l’operazione militare contro Gaza sarebbe stata estesa - anche con una probabile invasione via terra dentro Gaza - mostrano la vera intenzione della Potenza occupante di intensificare l’attacco e far precipitare l’area in un altro ciclo mortale e distruttivo di violenza. A questo proposito devo richiamare l’attenzione sul fatto che forze di occupazione israeliane, compresi carri armati, autocarri, mezzi corazzati, bulldozer e autobus si stanno ammassando vicino al confine di Gaza e sono stati mobilitati 40.000 cosiddetti riservisti israeliani. Chiaramente la situazione che abbiamo di fronte richiede l’attenzione della comunità internazionale, in particolare del Consiglio di Sicurezza, il cui dovere è agire per mantenere la pace e la sicurezza internazionali e, in conformità alla legislazione umanitaria internazionale, assicurare protezione alla popolazione palestinese sottoposta a questa selvaggia occupazione militare.






Sua Eccellenza Eugène-Richard Gasana
Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
Nazioni Unite, New York

115 East 65th Street, New York, NY 10065 Tel. (212) 288-8500 Fax (212) 517-2377



Rinnoviamo di conseguenza il nostro appello urgente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché onori i doveri contenuti nella propria Carta e intraprenda l’azione necessaria per porre fine a questa aggressione israeliana e proteggere la popolazione civile palestinese. Ciò che viene perpetrato da Israele contro la popolazione palestinese costituisce una grave violazione di tutte le norme della legislazione internazionale, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra, che proibisce l’uccisione intenzionale di civili e proibisce le rappresaglie contro la popolazione civile da parte della Potenza occupante. È chiaro che da parte di Israele vengono commessi crimini di guerra contro la popolazione palestinese e questo deve essere inequivocabilmente condannato e fermato. Va inviato un forte messaggio ad Israele, la Potenza occupante, affinché cessi immediatamente la propria campagna militare e rispetti la legge, perché sia attenuata la gravità di questa pericolosa situazione, sia favorita la tranquillità e, ciò che è più importante, si salvino vite di civili innocenti.
La presente lettera fa seguito alle nostre 503 lettere relative alla perdurante crisi nei Territori Occupati Palestinesi, inclusa Gerusalemme Est, che costituiscono il territorio dello Stato di Palestina. Queste lettere, datate dal 29 settembre 2000 (A/55/432-S/2000/921) al 7 luglio 2014 (A/ES-10/xxx-S/2014/xxx) costituiscono una documentazione essenziale dei crimini che vengono commessi da Israele, la Potenza occupante, contro la popolazione palestinese a partire dal settembre del 2000. Per tutti questi crimini di guerra, atti di terrorismo di Stato e violazioni sistematiche dei diritti umani che vengono commessi contro la popolazione palestinese, Israele, la Potenza occupante, deve essere ritenuta responsabile e gli esecutori devono essere portati davanti alla giustizia..
Vi sarei grato se vorrete fare in modo che il testo di questa lettera sia reso disponibile ad una immediata e importante presa in considerazione da parte dei membri del Consiglio di Sicurezza.
Vi prego di accogliere, Eccellenza, i sensi della mia più alta stima.
Dr. Ryad Mansour
Ambasciatore, Osservatore Permanente
Dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite




Traduzione dall’inglese a curqa di AssoPacepalestina – www.assopacepalestina.org

martedì 8 luglio 2014

ANTISEMITISMO FASCISMO E SIONISMO

Convegno I FALSI AMICI Arezzo, 7 dicembre 2013
Antisemitismo, fascismo e sionismo: triangolazioni inattese
L’antisemitismo è cresciuto e
continua a crescere, ed io con esso.
Theodor Herzl1
L’Europa serve da terra natale a una parte
significativa del popolo ebraico da duemila anni [...].
Dopo di che, veniamo chiamati stranieri, allogeni,
e anche tra noi ci sono alcuni che sono disposti
ad accettare il sofismo dei nostri nemici e
giustificano con esso l’obbligo, per gli ebrei,
di lasciare l’Europa.
Shimen Dubnov2
Nel lontano 1994, ancora all’alba dell’era berlusconiana che oggi
parrebbe volgere al tramonto lasciando dietro di sé un fardello di macerie
materiali, morali e ideologiche, l’ascesa al potere del Movimento Sociale
Italiano-Destra Nazionale, partito di esplicita ispirazione fascista, destò
viva preoccupazione sia in Italia che all’estero. Negli anni seguenti quindi
il MSI-DN, ribattezzatosi Alleanza Nazionale, compì una serie di passi volti
a rassicurare i benpensanti in Italia e all’estero sulla propria genuina
accettazione delle regole delle liberaldemocrazie, sostanzialmente riuscendo
nel proprio intento. Fra queste ‘svolte’, particolare rilevanza ebbe la
visita in Israele compiuta nel 2003 dal suo allora segretario Gianfranco
Fini, visita che di questo percorso di ‘democratizzazione’ fu considerato il
punto d’approdo. Al di là della questione della genuinità o meno della
scelta di Fini, questo episodio è significativo perché in esso emergono
alcuni nessi impliciti sui rapporti tra sionismo e mondo ebraico, e tra
sionismo e antisemitismo che sono diventati senso comune, e che proprio per
questo vanno esplicitati e demistificati, mostrandone la natura ideologica.
Il fine politico del segretario di AN era quello di rendere visibile l’aver
portato a pieno compimento la presunta abiura dell’eredità fascista,
condannando tout court il nazifascismo per il suo crimine più mostruoso, la
Shoah. Ora, poiché le vittime della Shoah sono state gli ebrei europei, e
poiché la maggior parte dei sopravvissuti hanno trovato poi rifugio negli
Stati Uniti o nell’URSS, logica avrebbe voluto che Fini visitasse i
sopravvissuti stessi o i luoghi-simbolo del massacro come Auschwitz. Fini si
era effettivamente recato ad Auschwitz nel 1999, ma in occasione di quella
visita aveva minimizzato la portata politica dell’evento, affermando
che “Non si può mescolare un sentimento con la politica” e che il suo era
stato “un atto doveroso. Null’altro”3: l’aspetto politico, l’abiura
1 Theodor Herzl, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal,
New York, Dial Press, 1956, p. 7 (traduzione mia).
2 Riportato in Georges Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale:
1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 409.
3 Riportato in Francesco Verderami, “Fini ad Auschwitz: ‘L’ orrore più grande’ ”,
Corriere della sera, 20 febbraio 1999,
.
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ufficiale dell’eredità fascista, venne riservata alla visita al Museo Yad
Vashem di Gerusalemme, quattro anni dopo. Perché?
Che Fini ne fosse cosciente o meno, il suo gesto più che un’abiura del
fascismo fu un riconoscimento politico offerto al nazionalismo sionista, di
cui egli confermava l’assioma fondamentale, ossia che lo Stato di Israele è
lo stato di tutti gli ebrei del mondo, di cui sarebbe allo stesso tempo
portavoce ufficiale e difensore d’ufficio (de facto riconosciuto come tale
da diversi stati). Il presupposto che lo Stato di Israele sia l’erede morale
e politico (nonché ‘esecutore testamentario’) dei sei milioni di ebrei
sterminati dal nazifascismo e quindi unico autorizzato a parlare a nome
delle vittime della Shoah è da tempo talmente parte del senso comune che
nessuno mise in discussione il senso politico della visita, al massimo si
discusse della sua maggiore o minore sincerità. Ma l’aver scelto di fare il
suo atto di contrizione lì anziché ad Auschwitz fu significativo in quanto
al tempo stesso confermava ed era la logica conseguenza di tale senso
comune: Fini in sostanza riconobbe lo Stato di Israele come il “settimo
milione”, per citare il titolo del libro di Tom Segev.
In realtà, tra sionismo ed ebraismo non vi è una relazione di
identità, bensì di reciproca irriducibilità: il sionismo è una specifica
ideologia politica emersa in tempi relativamente recenti, legata al
variegato e spesso contraddittorio movimento nazionalista e colonialista che
ha dato vita allo Stato d’Israele, laddove l’ebraismo è una religione dalla
storia ben più lunga e a cui molti si sentono legati anche quando non sono
veri e propri credenti e la considerano piuttosto un’eredità culturale. E la
storia dei rapporti tra ebraismo e sionismo, sebbene non lunga, è certamente
frastagliata e lungi dall’essere univoca. Nel senso comune, però, i due
coincidono: il sionismo è visto come l’incarnazione politica ‘naturale’
dell’ebraismo, e quindi, ça va sans dire, contrapposto all’antisemitismo; da
questa deduzione implicita segue l’equazione secondo la quale l’antisionismo
sarebbe automaticamente antisemitismo.
Allo stesso modo è un mito – ideologico quindi per definizione – l’idea
che il sionismo sia, come movimento e come ideologia politica,
intrinsecamente antitetico all’antisemitismo. È su questo mito che si basa
la pretesa dello Stato d’Israele (che si vuole stato degli ebrei di tutto il
mondo anche se la maggior parte degli ebrei non vive sul suo territorio) di
essere il rappresentante e l’erede storico dei sei milioni di ebrei
sterminati dai nazisti, rivendicazione da cui esso trae la propria
legittimazione morale e politica. Si tratta però di una costruzione
ideologica priva di qualsiasi fondamento storico e/o giuridico, frutto di
un’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio.
Gli argomenti concreti a sostegno di questa rivendicazione si riducono in
sostanza a due, ossia al fatto che Israele abbia accolto i sopravvissuti e
che lo sterminio lo abbia privato di sei milioni di futuri cittadini.
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Entrambe tuttavia non reggono alla prova dei fatti: se è vero che Israele ha
accolto alcune centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti (circa 1/5 della
popolazione dello Stato nei primi anni dopo la sua nascita) le cifre
mostrano che solo l’8,5% dei 2.562.000 ebrei che tra il 1935 e il 1943
scamparono alle grinfie di Hitler e dei suoi carnefici si rifugiò in
Palestina, mentre la stragrande maggioranza trovò riparo in Unione Sovietica
(il 75,3%), e in misura assai minore negli Stati Uniti (il 6,6%) e in Gran
Bretagna (l’1,9%)4. In secondo luogo, i sei milioni di ebrei trucidati non
possono più parlare, e nessuno ha evidentemente il diritto di arrogarsi il
ruolo di loro portavoce: se si considera inoltre che gli ebrei massacrati
nei campi di concentramento erano rimasti a vivere in Europa finanche in un
periodo di terribili persecuzioni, è ragionevole pensare che la maggior
parte di loro non fosse sionista e non sarebbe andata a vivere in Palestina.
A dispetto di ciò, l’Agenzia Ebraica prima e lo Stato d’Israele poi hanno
cercato sin dalla fine della guerra di accreditarsi come gli eredi politici
e legali dei sei milioni di vittime della Shoah e di dare a questa
connessione un fondamento giuridico: se già nel 1945 il presidente
dell’Organizzazione Sionista Chaim Weizmann aveva chiesto (invano) agli
Alleati di riconoscere all’Agenzia Ebraica palestinese il diritto di
disporre delle proprietà degli ebrei assassinati rimasti privi di eredi5,
nel 1950 fu proposto che lo Stato conferisse a titolo commemorativo la
cittadinanza israeliana ai morti della Shoah6. Nei primi anni ’60 David Ben
Gurion sostenne la tesi che la Germania Federale avesse accettato di pagare
ad Israele le riparazioni perché aveva “riconosciuto che questo Stato parla
per conto di tutti gli ebrei assassinati”7, ma, come chiarisce Tom Segev, le
cose non stavano affatto così: Bonn aveva accordato ad Israele le
riparazioni semplicemente “perché aveva accolto i superstiti”8; considerato
però che non era stato l’unico paese a farlo né era stato quello che ne
aveva accolti di più, la tesi di Ben Gurion era del tutto infondata. La
ragione di questa insistenza nel reclamare l’eredità giuridica e politica
delle vittime è solo in parte economica, essa mirava e mira soprattutto a
conseguire il risultato politico di conferire una legittimazione morale
inattaccabile all’esistenza dello Stato sionista.
Contrariamente a quanto il senso comune suggerirebbe, l’imbarazzante
storia dei rapporti di collusione del sionismo con l’antisemitismo in
generale e con il nazismo e il fascismo in particolare presenta diversi
capitoli. Quando nel 1933 Adolf Hitler salì al potere in Germania,
4 Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll. trad. it. di N. De Vito e P. Sinatti,
Roma, Samonà e Savelli, 1970 [1969], p. 136.
5 Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele,
trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 [1991], p. 182.
6 Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di
P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 89.
7 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 307.
8 Ibidem.
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l’avvenimento suscitò grande apprensione nella comunità ebraica palestinese,
timorosa di ciò che sarebbe potuto accadere agli ebrei tedeschi. Ben diverse
furono invece le reazioni dei vertici sionisti, cui la vittoria dei nazisti
appariva come un’opportunità per incrementare l’immigrazione: “le strade
sono lastricate di soldi […] si presenta un’occasione irripetibile per
costruire e prosperare”, scrisse Moshe Beilinson del Mapai (i sionisti
laburisti)9 o, per dirla con Ben Gurion, “una forza fertile”10 per
l’avanzamento dell’impresa sionista. La ragione di questa valutazione
apparentemente schizofrenica era che poiché i nazisti intendevano espellere
gli ebrei tedeschi, l’Agenzia Ebraica avrebbe potuto accoglierli in
Palestina e incrementare il peso demografico della locale comunità ebraica a
fronte degli arabi palestinesi. Questa logica aberrante non deve stupire: le
priorità dell’Agenzia erano sviluppare la colonizzazione ed edificare lo
Stato ebraico, quindi gli ebrei tedeschi potevano interessarla solo nella
misura in cui erano funzionali a questi progetti. L’Agenzia Ebraica concluse
quindi con il governo nazista un accordo che fu detto della haavarah
(«trasferimento»): un certo numero di ebrei tedeschi avrebbero potuto
trasferirsi in Palestina, portando con sé merci e capitali fino ad un valore
di 9000 dollari. Ad occuparsi delle operazioni finanziarie relative al
trasferimento sarebbero state delle società miste tedesco-sioniste alla cui
gestione presero parte il Mapai, il sindacato Histadrut, il Fondo Nazionale
Ebraico, l’Agenzia Ebraica e un finanziere polacco legato ai revisionisti11.
Quanti si trasferivano perdevano intorno al 35% del capitale iniziale, che
finiva nelle casse dei succitati enti, per cui se è vero che per mezzo di
questo complicato meccanismo l’Agenzia Ebraica salvò circa 20.000 ebrei
tedeschi (selezionandoli in base al censo), è altrettanto vero che essa allo
stesso tempo lucrò sulle loro disgrazie, ottenendone congrui profitti che
furono investiti nell’acquisto di terreni da colonizzare. Il paradosso era
che grazie a questo sistema i tedeschi trovavano fra gli ebrei di Palestina
un mercato per le proprie merci nello stesso periodo in cui diversi paesi,
insieme alle associazioni ebraiche americane, promuovevano un boicottaggio
dei prodotti made in Germany. Né peraltro i buoni rapporti fra i sionisti
laburisti che guidavano l’Agenzia Ebraica, i centristi dell’Organizzazione
Sionista Mondiale e il governo hitleriano si esaurirono con la haavarah:
sempre nel 1933, al fine di migliorare le relazioni reciproche fu invitato a
visitare la Palestina il barone von Mildenstein, nazista della prima ora,
membro delle SS e predecessore di Adolf Eichmann alla direzione dell’Ufficio
per gli Affari Ebraici di Berlino. Von Mildenstein fu accompagnato nel suo
9 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 18.
10 Riportato in Tom Segev, ibidem.
11 Ibidem. Sull’accordo della haavarah si vedano anche Hannah Arendt, La banalità del
male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005
[1963], p. 68, e Faris Yahia, Relazioni pericolose: il movimento sionista e la
Germania nazista, trad. it. di F. De Leonardis, Napoli, La Città del Sole, 2008
[1978], pp. 45-52.
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tour da Kurt Tuchler, delegato dell’Organizzazione Sionista per i rapporti
col Partito Nazista, e raccontò le sue favorevoli impressioni sul giornale
di Joseph Goebbels Angriff. Nel 1938 un altro delegato sionista, Teddy
Kollek (futuro sindaco di Gerusalemme), incontrò a Vienna per questioni
burocratiche Adolf Eichmann, di lì a qualche anno principale esecutore della
“soluzione finale”. Incontri simili ebbero luogo fino al 1939, e coinvolsero
persino i vertici della Gestapo.
La destra sionista, i cosiddetti revisionisti guidati da Vladimir
(Zeev) Žabotinskij, contestò il patto e annunciò il boicottaggio della
Germania, accusando i laburisti di essersi alleati ai nazisti. Ma in realtà
anche la destra sionista non era del tutto estranea all’operazione haavarah,
e la sua vicinanza ideologica all’estrema destra europea fece sì che
l’accusa le si ritorcesse contro: la corrente revisionista più estremista
era infatti guidata da Abba Ahimeir, fervido ammiratore di Mussolini, il
quale affermava pubblicamente che la politica di Hitler era in tutto e per
tutto condivisibile, a parte ovviamente l’antisemitismo12. Addirittura, nel
1940-41 la fazione Stern dell’Irgun, l’organizzazione armata della destra
sionista, arrivò a proporre alla Germania un’alleanza militare contro la
Gran Bretagna13.
Non meno spregiudicati furono i rapporti che i sionisti ebbero con il
fascismo italiano. A differenza del nazismo, quest’ultimo non fu antisemita
fin dall’inizio, tanto che alcuni ebrei italiani ne furono addirittura
sostenitori: fu il caso ad esempio dello squadrista torinese Ettore Ovazza,
che nel 1935 fondò un gruppo ebraico fascista chiamato “La nostra bandiera”.
La vera svolta antisemita ebbe luogo soltanto nel 1938, con la pubblicazione
del “manifesto della razza” e la promulgazione delle leggi razziali. Nei
confronti del sionismo le attitudini di Mussolini erano ambivalenti: se i
sionisti italiani gli erano sospetti per via della loro “doppia fedeltà”
nazionale, verso il movimento sionista internazionale egli ebbe fino alla
fine del 1936 un atteggiamento benevolo. Nel 1934, nel corso di due incontri
con Chaim Weizmann e Nahum Goldmann, il dittatore italiano arrivò finanche a
proporsi come loro protettore, sostenendo che i sionisti in Palestina
dovevano costituire uno Stato vero e proprio e non accontentarsi del
“focolare nazionale” promesso loro dalla Gran Bretagna14. In una delle sue
pagliaccesche boutades, Mussolini arrivò finanche a proclamare “Io sono
12 Si noti che la sezione tedesca del Beitar, l’organizzazione giovanile revisionista,
continuò la sua attività in Germania sotto la protezione della Gestapo, con cui aveva
regolari rapporti e dalla quale anni dopo ottenne persino l’apertura di un ufficio per
l’emigrazione nell’Austria occupata, con gran disappunto di Žabotinskij. Il fondatore
del sionismo revisionista stigmatizzò questo filohitlerismo dei suoi seguaci, ma il
suo essere bandito dalla Palestina dai britannici nel 1930 e la sua precoce morte
rafforzarono sempre più queste tendenze all’interno del movimento.
13 Faris Yahia, op. cit., pp. 111-15.
14 I verbali degli incontri si trovano in appendice a Renzo De Felice, Storia degli
ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961], pp. 512-24.
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sionista, io”15. La simpatia era ricambiata: in quel periodo, infatti, alcune
singole personalità fra i sionisti generali (centristi) fecero intravedere
alle alte sfere del Ministero degli Esteri addirittura la possibilità di un
mandato italiano sulla Palestina. Fu però con i revisionisti che Mussolini
trovò un vero terreno d’intesa: in quello stesso 1934 infatti questi ultimi
avviarono con l’Italia una concreta collaborazione, inviando alcuni
esponenti del loro movimento giovanile Beitar alla Scuola Marittima di
Civitavecchia. Alla base di questa disponibilità di Roma c’era l’intento di
sfruttare i revisionisti come testa di ponte per un’espansione
dell’influenza italiana in Medio Oriente. A tale scopo nel febbraio 1936 fu
inviata in Palestina una missione diplomatica incaricata di sondare il
terreno. L’emissario di Mussolini, Corrado Tedeschi, riscontrò una notevole
intesa ideologica con i militanti del movimento di Žabotinskij16, e nel suo
rapporto riferì entusiasticamente che secondo il suo accompagnatore Ben-Avi
“molti fra i nativi ed i revisionisti [...] sono assolutamente
tendenzialmente fascisti, e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la
pratica del fascismo”17. La collaborazione con i revisionisti continuò fino
al 1937-38, quando i rapporti con Žabotinskij si guastarono. Alla base di
questa rottura vi furono diversi eventi: dapprima il fallimento di una
trattativa con Londra (condotta da una delegazione di ebrei italiani) per un
ritiro delle sanzioni contro l’Italia per l’aggressione all’Etiopia (1935)18,
poi il riavvicinamento alla Germania e infine la decisione di Mussolini di
autoproclamarsi nel marzo 1937 “protettore dell’Islam” per accattivarsi le
simpatie degli arabi in funzione antibritannica, il tutto coronato nel 1938
dalla promulgazione delle famigerate leggi razziali. Si badi tuttavia che
alcune personalità sioniste cercarono invano fino al 1938 di ricucire lo
strappo, e la stessa Agenzia Ebraica nel suo comunicato di protesta prese
atto “con soddisfazione dell’opinione del governo fascista che il problema
ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando uno Stato
ebraico”19.
Beninteso, come è noto i sionisti non furono certo gli unici a fare
patti con nazisti e fascisti: si pensi agli Accordi di Monaco del 1938 o al
Patto Molotov-Ribbentrop; ciò che stupisce però è il carattere continuativo,
non episodico, di questa collaborazione. Si tratta di un argomento su cui è
estremamente importante evitare di prestare il fianco a qualsiasi
strumentalizzazione, a causa della consueta accusa di antisemitismo con cui
viene interdetto dal discorso pubblico chiunque critichi o metta in
15 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 159.
16 Il testo completo delle relazioni di Corrado Tedeschi sulla sua missione in Palestina
si trova in Renzo De Felice, op. cit., pp. 526-31.
17 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 526.
18 La colpa dell’insuccesso venne infatti attribuita al solito “complotto giudaico”
(tradizionale topos antisemita), generando le prime frizioni con i sionisti
revisionisti.
19 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 187.
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discussione il sionismo20, ma che non può assolutamente essere taciuto e
merita un approfondimento. Come si spiega ad esempio la collaborazione
prolungata del movimento sionista con la Germania nazista, dall’Accordo
della haavarah del 1933 agli accordi sull’emigrazione del 1938, fino alla
tragica vicenda dell’offerta “camion contro sangue” del 194421? Come si è già
accennato, tali accordi erano “il frutto della complementarità tra gli
interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo
voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in
Palestina”22: in tal modo, molti ebrei tedeschi, “la maggior parte dei quali
avrebbe preferito restare nel proprio paese”23, furono costretti a
‘sionistizzarsi’. La convergenza di interessi tra l’antisemitismo nazista e
l’aspirazione sionista a “trasferire” gli ebrei europei in Palestina era
chiara anche alla loro controparte: come ricorda Hannah Arendt, il criminale
nazista Eichmann, uno degli artefici dello sterminio, dopo aver letto Lo
Stato ebraico di Theodor Herzl “aderì prontamente e per sempre alle idee
sioniste”24. Nel caso della destra alla convergenza di interessi si
aggiungeva anche la prossimità ideologica25 e certuni suoi dirigenti non
facevano alcun mistero neppure delle loro simpatie per Hitler: se Abba
Ahimeir teneva sul giornale revisionista Doar Hayom una rubrica intitolata
“Taccuino di un fascista”, il suo avvocato e compagno di partito Zvi Cohen
ebbe addirittura modo di affermare durante un processo al suo assistito che
“se non fosse per l’antisemitismo, noi non avremmo nulla contro l’ideologia
di Hitler. Il Führer ha salvato la Germania”26.
Era quindi una convergenza di interessi oggettivi a costituire la
ragion d’essere dello sviluppo di queste “relazioni pericolose” con il
regime fascista e quello nazista. Questa politica tuttavia non costituiva
un’aberrazione dovuta ad una congiuntura storica particolare, ma s’inseriva
nel solco di una tradizione consolidata che affondava le sue radici nelle
premesse ideologiche del sionismo. Per cogliere appieno il senso delle
relazioni tra l’antisemitismo nazista e movimento sionista è necessario
quindi riandare alle origini del sionismo come ideologia e come movimento
20 A questo proposito scrive la studiosa ebrea americana Judith Butler che l’accusa di
antisemitismo contro chi critica la politica israeliana o mette in discussione il
sionismo tout court costituisce uno strumento per “controllare il comportamento
politico attraverso uno stigma insopportabile, [...] un dispositivo per il quale, a
livello del soggetto, si sta realizzando ciò che è già esplicitamente in atto a
livello della società in generale, ossia la delimitazione, la selezione di ciò che può
essere ammesso e detto nella sfera pubblica.” (Judith Butler, “L’accusa di
antisemitismo: gli ebrei, Israele e rischi di una critica pubblica”, trad. it. di F.
De Leonardis, in Vite Precarie, a cura di O. Guaraldo, Roma, Meltemi, 2004, pp. 153-
4).
21 Cfr. Tom Segev, op. cit., pp. 237-67 e Faris Yahia, op. cit., pp. 53-64 e 91-9.
22 Tom Segev, op. cit., p. 19.
23 Ibidem.
24 Hannah Arendt, op. cit., p. 48.
25 Cfr. David J. Goldberg Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad.
it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 [1996], pp. 219-56 per una puntuale
critica del revisionismo di destra come versione sionista del fascismo.
26 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 22 e sgg.
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politico.
Caposaldo del sionismo è l’idea, emersa nella seconda metà del XIX
secolo, che gli ebrei non siano semplicemente coloro che professano o si
sentono in qualche modo legati alla religione ebraica, ma che costituiscano
invece una vera e propria nazione. Sotto quest’aspetto il sionismo non si
differenzia molto dal nazionalismo ebraico del Bund (abbreviazione di
Allgemeiner yiddisher Arbeterbund, Unione generale dei lavoratori ebrei di
Lituania, Polonia e Russia), nato pressappoco nel medesimo periodo27; a
marcare la peculiarità del sionismo è però il fatto che per esso
l’autodeterminazione nazionale degli ebrei, intesa come oggettivazione della
nazione in Stato, può aver luogo solo in una terra promessa d’oltremare, che
per ragioni storiche, religiose ed emozionali è stata identificata con la
Palestina. Con questo secondo passaggio, che non scaturisce necessariamente
dal primo – è bene sottolinearlo28 – il nazionalismo ebraico si trasformò
alla fine del XIX secolo in un movimento di colonizzazione inserito appieno
nell’espansione coloniale europea. Secondo i sionisti, quale che sia la
corrente di appartenenza, il punto fondamentale è l’esistenza di un legame
(di evidente derivazione romantica) tra suolo e popolo: l’esistenza degli
ebrei della diaspora è vista in qualche modo come incompiuta, donde la
necessità di ‘metter radici’ in un paese che sia esclusivamente degli ebrei.
Il sionismo come ideologia si era sviluppato a partire dalla rinascita
culturale ebraica della seconda metà del XIX secolo, che di fronte
all’emancipazione e all’assimilazione esprimeva il desiderio di un ritorno
alle radici culturali ebraiche (anche se in realtà si trattava piuttosto di
una reinvenzione, come sempre avviene con le “rinascite nazionali”), e
costituiva una delle molteplici opzioni che si aprivano agli ebrei europei
una volta usciti dal ghetto29. L’emergere del sionismo come movimento
27 In realtà, fra il nazionalismo ebraico del Bund e quello sionista sussiste un’altra
sostanziale differenza: se i bundisti identificavano empiricamente nella lingua
yiddish il segno che determinava il carattere di minoranza nazionale, e non solo
religiosa, della popolazione ebraica dell’impero zarista (e quindi identificavano
nazione ebraica e yiddishkeit, cfr. Georges Bensoussan, op. cit., p. 402-3 e Ilan
Greilsammer, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 [2005],
pp. 50-1), i sionisti miravano invece alla rinascita nazionale attraverso il revival
della lingua ebraica, che comportava l’abbandono delle lingue diasporiche – definite
dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, che invece auspicava che il
sionismo facesse propria una lingua “maggiore” come il tedesco, “lingue del ghetto […]
idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le avevano rubate”
(Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner,
Genova, Il Melangolo, 2003 [1896], p. 90) – e una cancellazione dei tratti culturali e
psicologici identificati come “tipici” della diaspora, in favore della costruzione di
un nuovo homo Hebraicus.
28 Si può citare ad esempio lo storico e pensatore ebreo russo Shimen Dubnov (1860-1941)
che pur essendo antisionista era anch’egli un nazionalista ebraico (proponeva
l’autonomia degli ebrei all’interno dei paesi in cui vivevano); a differenza dei
militanti del Bund, però, Dubnov non identificava l’ebraicità con il solo mondo
yiddish, ma vi includeva tutti gli ebrei del mondo (cfr. Georges Bensoussan, op. cit.,
pp. 401-11 e Ilan Greilsammer, op. cit., pp. 52-3). Per quanti aderivano al
nazionalismo ebraico dubnoviano gli ebrei erano sì una minoranza nazionale nei paesi
dove vivevano, ma una minoranza nazionale autoctona, cosa che implicava, a differenza
del sionismo, la lotta contro l’antisemitismo e per il riconoscimento dei propri
diritti nazionali in loco.
29 Sulle radici culturali del sionismo, che nella sua fase iniziale, come tutti i
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politico organizzato, dapprima con gli Amanti di Sion negli anni ’80
dell’Ottocento e successivamente con la fondazione dell’Organizzazione
Sionista Mondiale (1897), è però legato ad una causa esterna : l’ondata di
antisemitismo che si abbatté sull’Europa, e in particolare sulla Russia
zarista (patria del 95% degli ebrei europei), dove a partire dal 1881
violentissimi e reiterati pogrom antiebraici fecero centinaia di vittime.
L’odio antiebraico fu quindi il principale propulsore per lo sviluppo del
sionismo come movimento politico, circostanza di cui quest’ultimo reca su di
sé evidenti tracce, visto che il sionismo accetta e fa proprie le premesse
dell’antisemitismo. Ciò è espresso in maniera esemplare nel testo fondativo
del sionismo politico, Lo Stato ebraico di Theodor Herzl.
In questo celebre pamphlet Herzl scriveva di “comprendere
l’antisemitismo”30, e analizzando il cosiddetto “problema ebraico”
argomentava che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono tutti
quanti antisemiti”31, una loro reale assimilazione non avrebbe potuto aver
luogo se non in misura estremamente limitata: in questa maniera Herzl
arrivava ad accettare la tesi antisemita della inassimilabilità degli ebrei,
premessa da cui partiva la sua proposta di trattare quella ebraica come una
questione nazionale la cui unica soluzione sarebbe stata la fondazione –
garantita dal sostegno politico di qualche potenza – di uno Stato ebraico
dove gli israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Creato tale stato,
profetizzava Herzl, la condizione degli ebrei si sarebbe “normalizzata” e
l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere “ovunque e subito”32. Per
spingere gli ebrei ad emigrare nella loro “terra promessa” Herzl intendeva
servirsi proprio dell’antisemitismo: dalla partenza degli ebrei infatti i
paesi antisemiti avrebbero avuto tutto da guadagnarci, giacché i capitalisti
gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei loro concorrenti
israeliti che dei numerosi socialisti di origine ebraica. È significativo
che per il fondatore del sionismo politico a definire l’ebraismo come una
nazionalità e gli ebrei come un popolo fosse proprio l’antisemitismo: “siamo
un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo”33.
Nella sua visione gli ebrei si configuravano quindi non come una comunità
religiosa, linguistica e/o culturale, ma come una comunità tenuta insieme da
un comune nemico. Se l’identità ebraica era definita dagli antisemiti, era
del tutto logico che Herzl facesse proprie le premesse dell’antisemitismo, e
non era per mero artificio retorico che Herzl riproponeva nel suo pamphlet
molti stereotipi antiebraici (“noi popolo avido”34, scriveva) o che egli non
nazionalismi, trovò espressione soprattutto in ambito letterario e giornalistico e fu
da subito legato alla rinascita della lingua ebraica, si rimanda a George Bensoussan,
op. cit., pp. 3-126.
30 Theodor Herzl, op. cit., p. 23.
31 Theodor Herzl, op. cit., p. 34.
32 Theodor Herzl, op. cit., p. 100.
33 Theodor Herzl, op. cit., p. 39.
34 Theodor Herzl, op. cit., p. 69.
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si ponesse affatto il problema della lotta all’antisemitismo e alle
discriminazioni, giacché era in essi che il sionismo trovava la
giustificazione per la propria esistenza. Qualora ci si attenesse alla
definizione di “popolo” data da Herzl, con la scomparsa dell’antisemitismo
verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che egli
stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come altri popoli,
avrebbero sempre avuto abbastanza nemici. Da quanto scriveva Herzl risulta
chiaro in che senso sionismo e antisemitismo condividono la medesima
premessa. Per dirla con le parole di Nathan Weinstock,
Il sionismo subisce, in ultima analisi, il contagio del razzismo. Rivendicando non la
specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che
postula l’ineguaglianza delle nazioni, fa sue le tesi antisemitiche. Facendo eco ai
suoi persecutori, si raffigura “problematicamente” la propria esistenza in una
società non ebraica, definendosi quindi come elemento perturbatore della armonia
sociale. Spingendo l’alienazione fino al suo limite estremo, finisce con l’accettare
il verdetto del razzista: l’ebreo deve scomparire. Atteggiamento sionista e mentalità
antisemita sono simmetrici. […] Di qui una indiscutibile coincidenza d’interessi.35
Il fatto che sionismo e antisemitismo partano dalle stesse premesse non
vuol dire ovviamente che il sionismo sia antisemita, ma certamente lo pone
non come l’antitesi dell’antisemitismo, bensì come il suo complemento logico
e politico. Nella misura in cui il sionismo respingeva l’assimilazione e
poneva agli ebrei europei l’obiettivo politico del loro trasferimento en
masse in Palestina, non poteva non trovare d’accordo gli antisemiti di ogni
latitudine.
Di questo furono coscienti molti politici e intellettuali ebrei,
sionisti e non, fin dalla nascita del movimento; valga per tutti l’esempio
di Edwin Montagu, membro del governo britannico di origine ebraica, il quale
nel 1915 osservò che “l’idea di restaurare il popolo ebraico nella terra che
fu un tempo sua è spesso – temo – il desiderio a malapena mascherato di
liberare il mondo protestante della sua popolazione ebraica”36. Lo storico
del sionismo Georges Bensoussan liquida quest’affermazione come “una forma
di odio di sé”37, che è la tipica strategia discorsuale utilizzata dai
sionisti per delegittimare gli ebrei antisionisti: riducendo una presa di
posizione politica a mero sintomo irrazionale di una presunta patologia
psichica, si evita di affrontarne le argomentazioni logiche e politiche38;
35 Nathan Weinstock, op. cit., p. 50. E infatti gli articoli di Herzl trovarono
accoglienza sulle colonne del quotidiano antisemita La libre parole (ibidem).
36 Riportato in Georges Bensoussan, op. cit., p. 416.
37 Ibidem. Da notare che nella retorica sul presunto “odio di sé” è implicita
l’equazione tutta ideologica tra sionismo ed ebraismo: se si ritiene che un/a ebreo/a,
prendendo posizione contro il sionismo, stia manifestando odio per la propria
ebraicità, è sottinteso che il sionismo metonimicamente stia per l’ebraismo nella sua
interezza; poiché tuttavia l’ebraismo non può in nessun modo essere ridotto al
sionismo, risulta palese l’inconsistenza delle premesse su cui si basa la retorica sul
presunto “odio di sé”.
38 Un altro esempio tipico è quello di Robert Wistrich, che nella voce “Negazionismo”
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Bensoussan infatti non trova nessun argomento reale da opporre a quanto
scriveva Montagu, né può trovarlo, perché l’affermazione di quest’ultimo era
una semplice constatazione: non a caso una delle prime proposte di
istituzione di uno Stato ebraico in Palestina era stata avanzata da un
antisemita, l’ungherese Viktor Istoczy, alla Conferenza di Berlino del
187839. Riassumendo la posizione degli ebrei antisionisti dei primi anni del
Novecento, lo storico polacco Isaac Deutscher scrive che per essi
“l’antisemitismo trovava il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica
ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di «Ebrei, andatevene!».
I sionisti, infatti, accettavano di andarsene”40.
La conseguenza politica del rapporto di complementarità ideologica e
politica tra sionismo e antisemitismo fu che Herzl e i suoi successori
cercarono alleati soprattutto tra i politici europei antisemiti. Si capisce
ora perché tutta la storia del sionismo sia costellata di patti e “relazioni
pericolose” con eminenti antisemiti: dagli incontri di Herzl con il Kaiser
Guglielmo II e con il ministro degli Interni russo von Plehve al sostegno di
Arthur Balfour, feroce oppositore dell’immigrazione ebraica in Gran Bretagna
oltre che autore della celebre dichiarazione che garantiva ai sionisti
l’appoggio di Londra nella costruzione del loro “focolare nazionale” in
Palestina; dall’accordo antibolscevico siglato nel 1921 da Žabotinskij con
il massacratore di ebrei ucraino Petljura ai flirt con i governi antisemiti
polacchi e con l’Italia fascista41, dagli accordi del 1933 e del 1938 con la
Germania nazista fino alla campagna bombarola del 1950-51 contro la comunità
ebraica irachena (una serie di attentati compiuti da una rete clandestina
sionista ma attribuiti a fanatici locali, i quali ebbero la funzione di
convincere gli ebrei iracheni che il paese mesopotamico non era più sicuro
del Dizionario dell’Olocausto curato da Walter Z. Laqueur (ed. it. a cura di A.
Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E.
Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 [2001], p. 501) include arbitrariamente
tra i negazionisti l’autore di Zionism in the Age of Dictators (London, Croom Helm,
1983) Lenni Brenner, sostenitore a suo parere di una “tesi delirante, che [...]
comportava una revisione radicale dei tragici eventi della seconda guerra mondiale”:
la “tesi delirante” di Brenner in realtà non comportava nessuna revisione storica se
non quella del mito nazionalista che presenta il sionismo come irriducibile avversario
del nazismo; quanto affermava Brenner era né più né meno che un dato di fatto, ossia
che i sionisti avessero fatto dei patti con i nazisti prima della guerra e che in
seguito “avessero cinicamente approfittato dell’Olocausto anche dopo che i loro capi
avevano colluso con i nazisti nel genocidio degli ebrei” (ibidem). Definendo la tesi
di Brenner “delirante” Wistrich retoricamente evita di affrontare l’argomentazione
dello studioso americano (che essendo ebreo è difficilmente tacciabile di
antisemitismo), sancendone la pertinenza nell’ambito della psichiatria. Ma è lo stesso
Wistrich a confermare involontariamente l’arbitrarietà dell’inclusione di Brenner tra
i negazionisti, quando afferma nella stessa frase che “Più che di una negazione
dell’Olocausto si trattava di una tesi delirante” (ibidem). Brenner, in realtà, nel
suo libro non nega affatto l’Olocausto.
39 Georges Bensoussan, op. cit., p. 397.
40 Isaac Deutscher, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it.
di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 [1968], p. 82. A questo proposito è
indicativo un parallelo con quanto avvenuto di recente in Italia: uno dei più
esagitati istigatori della pulizia etnica contro i rom, il segretario nazionale della
Fiamma Tricolore Luca Romagnoli (un fascista dichiarato), ha proposto al parlamento
europeo la creazione di uno Stato rom in Europa orientale.
41 Tom Segev, op. cit., p. 24; Georges Bensoussan, op. cit., p. 1246.
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per loro e che dovevano emigrare in Israele)42: non si trattava né di
malvagità né di opportunismo di singoli leader, bensì della necessità
intrinseca del sionismo di servirsi degli antisemiti per spingere gli ebrei
diasporici più recalcitranti ad emigrare in Palestina prima e in Israele
poi. Un personaggio come l’esponente del Likud Moshe Feiglin, il quale non
ha pudore nel tessere le lodi di Hitler, non è quindi un caso isolato di
follia, bensì l’ultimo rappresentante di una lunga ed illustre lista.
Il debito ideologico del sionismo nei confronti dell’antisemitismo trova
la sua massima incarnazione nella Legge del Ritorno del 1950 (cui sono stati
aggiunti emendamenti nel 1954 e nel 1970)43, autentica pietra miliare dello
Stato di Israele perché stabilisce il diritto di ogni ebreo a stanziarsi sul
suo territorio e ad acquisirne la cittadinanza attraverso una semplice
domanda, facendo di Israele non semplicemente lo Stato degli ebrei residenti
in Palestina, bensì lo Stato di tutti gli ebrei del mondo. Detta legge, che
definisce come ebrea “una persona che è nata da madre ebrea oppure si è
convertita all’ebraismo e non è affiliata ad un’altra religione”44, estende
il diritto a “ritornare” anche ai coniugi di un/a ebreo/a e a quanti hanno
almeno un ebreo fra i quattro nonni, “fatta eccezione per una persona che è
stata ebrea e si è volontariamente convertita ad un’altra religione”45. È in
questa definizione degli aventi diritto alla cittadinanza che la Legge del
Ritorno manifesta le tracce della genealogia ideologica del sionismo,
giacché i legislatori, non riuscendo a trovare una definizione di “ebreo”
che potesse andare al di là di quella religiosa, hanno fatto ricorso a
quella fornita dagli antisemiti: rientrano infatti tra i beneficiari della
Legge tutti quelli che sarebbero stati considerati “ebrei” o “meticci” dalle
famigerate Leggi naziste di Norimberga del 1935. In sostanza, la Legge del
Ritorno è un calco a negativo delle Leggi di Norimberga. “Questa legge – ha
appropriatamente detto in un’intervista l’ex-dirigente laburista israeliano
Avraham Burg – è uno specchio che riflette l’immagine di Hitler, e io non
voglio che sia Hitler a definire la mia identità”46.
Alla luce di tutto questo, il sillogismo che equipara l’antisionismo
all’antisemitismo risulta basato su premesse mendaci e su altrettanto
mendaci conclusioni. Osserva a riguardo Judith Butler che
42 Ilan Pappé, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge,
Cambridge UP, 2004, p. 177; David Hirst, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio
Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004
[1977], pp. 204-11.
43 Il testo completo della Legge del Ritorno è reperibile in inglese sul sito della
Knesset all’URL .
44 The Law of Return 5710 (1950), Section 4B
< www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).
45 The Law of Return 5710 (1950), Section 4A
< www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).
46 In Ari Shavit, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz,
June 9, 2007.
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Il mancato riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele può essere
interpretato come un mancato riconoscimento del diritto all’esistenza del popolo
ebraico solo se si pensa che Israele sia l’unica cosa che tiene in vita il popolo
ebraico, o se si ritiene che tutto il popolo ebraico abbia affidato allo Stato di
Israele [...] l’esclusiva responsabilità della propria perpetuazione.47
Ma è evidente che Israele non è l’unica cosa che tiene in vita il
popolo ebraico: questa possibilità è contraddetta dalla stessa narrazione
sionista secondo la quale il popolo ebraico per 2000 anni non avrebbe mai
cessato di voler ‘tornare’ in Palestina: se il popolo ebraico è
sopravvissuto per 2000 anni senza Stato, uno Stato ebraico non è
evidentemente una conditio sine qua non per la sua sopravvivenza48. Inoltre
se antisemitismo e antisionismo fossero la stessa cosa, osserva Isaac
Deustcher, “allora gli ebrei esteuropei, nella loro stragrande maggioranza,
non erano che degli antisemiti: una conclusione ovviamente assurda”49.
Beninteso, l’antisemitismo può anche essere antisionista, ma finché
esso mira alla ‘pulizia etnica’ nei confronti degli ebrei e alla loro
espulsione verso la Palestina, esso è stato e sarà sempre un alleato
oggettivo dei sionisti. Questo non toglie che, di fronte alla prospettiva
dello sterminio molti sionisti abbiano partecipato individualmente o come
sezioni locali di organizzazioni internazionali alla resistenza antinazista
(c’è l’esempio della Brigata Ebraica palestinese inquadrata nelle armate
alleate): il caso di Mordechai Anielewicz, giovanissimo militante di Ha
Shomer Ha Tza’ir ed eroico comandante della rivolta nel ghetto di Varsavia,
è certamente il più noto, ma non l’unico. Non si tratta di negare o
svalutare questo contributo, ma di rendersi conto che esso ebbe luogo a
dispetto della posizione del movimento sionista in generale, e non grazie ad
esso. È importante dirlo e ribadirlo, perché la tendenza oggi egemone è
quella dell’appropriazione nazionalistica da parte israeliana della
resistenza ebraica allo sterminio: il ruolo dei sionisti in quest’ultima
viene enfatizzato oltre misura, e specularmente viene invece minimizzato il
contributo del Bund, dei comunisti e più in generale dei non-sionisti;
emblematico il caso di Marek Edelman, vicecomandante della rivolta del
ghetto di Varsavia e all’epoca militante del Bund, il cui libro
47 Judith Butler, op. cit., pp. 137-8.
48 Questo a prescindere dal carattere ideologico di detta affermazione, la quale
presuppone l’esistenza di un solo popolo ebraico, astraendo dalle particolarità
storiche delle molteplici esperienze dell’ebraismo e costruendolo come un soggetto
omogeneo ed etnicamenente “puro” (come se tutti gli ebrei contemporanei fossero i
discendenti degli antichi Ebrei, ignorando le conversioni che ebbero luoghi in diversi
luoghi e tempi), laddove si tratta invece, secondo un classico procedimento
nazionalista, della costruzione discorsiva di una “comunità immaginata” (cfr. Benedict
Anderson, Imagined Communities, London-New York,Verso, 2006 [1983]). Risulta invece
assai più rispondente al vero l’affermazione del rabbino e storico del pensiero
sionista David J. Goldberg, secondo la quale l’idea che gli ebrei fossero una nazione
è un mito, giacché gli ebrei “erano, e sono, diversi popoli ebraici” (David J.
Goldberg, op. cit., p. 305).
49 Isaac Deutscher, op. cit., p. 82. Secondo Georges Bensoussan (op. cit., p. 405), nel
1898 i membri del movimento sionista erano circa 100.000, ossia solo l’1% degli ebrei
del mondo.
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sull’insurrezione ha dovuto attendere cinquantasei anni prima di essere
pubblicato in ebraico, perché contraddiceva la versione dei fatti propagata
dall’establishment israeliano50. Parallelamente, invece, si tende a tacere il
ruolo dei dirigenti sionisti che collaborarono attivamente allo sterminio in
qualità di dirigenti degli Judenräte o dei corpi di polizia ebraica dei
ghetti (fra i casi più importanti, vanno ricordati quelli di Chaim
Rumkowski, Jacob Gens, Ephraim Barasz, Salek Desler, Moses Merin, Abraham
Gancwajch)51: un esempio emblematico di questa rimozione è il Dizionario
dell’Olocausto di Walter Laqueur, che nelle voci dedicate a Gens, Rumkowski
e Merin tace sistematicamente la loro appartenenza a questa o quella
corrente sionista.
È quindi paradossale, alla luce di tutto questo, che oggi lo Stato di
Israele possa arrogarsi il ruolo di guardiano della memoria della Shoah e di
garante della democraticità e dell’antifascismo di personaggi come Fini,
tanto più che l’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello
sterminio degli ebrei va di pari passo con la minimizzazione o la negazione
di altri stermini: lo Stato di Israele infatti non solo non ha riconosciuto
il genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra
Mondiale, ma addirittura il suo presidente Shimon Peres ha definito tale
genocidio come mere “chiacchiere” e ha affermato che il numero dei morti
armeni era “insignificante”52. Inoltre, presentandosi come erede delle
vittime dello sterminio e presunto garante dell’antifascismo, lo Stato di
Israele si pone in una posizione discorsiva che gli permette di etichettare
automaticamente i suoi nemici come nazisti e antisemiti: come spiega Idith
Zertal,
La nazificazione del nemico, quale che sia, e la trasformazione delle minacce alla
sicurezza in pericolo di annientamento dello Stato, sembrano aver caratterizzato,
salvo rare eccezioni, il discorso dell’élite politica, sociale e culturale
israeliana.53
In questa visione ideologica e paranoica del mondo i vari Haj Amin al-
Husayni, Gamal Abdel Nasser, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Mahmud
Ahmadinejad sono stati tutti in vari momenti dipinti come altrettante
reincarnazioni di Hitler, come se la storia non consistesse in altro che in
un’eterna ripetizione della Seconda Guerra Mondiale, senza alcun tipo di
contestualizzazione storica concreta. Viceversa, i sionisti e i loro
sostenitori si irritano terribilmente quando qualcuno paragona il modus
agendi delle forze armate dello Stato di Israele a quello dei nazisti, ma
non trovano nulla da ridire invece se un alto ufficiale israeliano dichiara
50 Idith Zertal, op. cit., p. 27 e sgg.
51 Cfr. Faris Yahia, op. cit., pp. 65-90
52 Riportato in Norman G. Finkelstein, L'industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della
sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002 [2000], p. 114.
53 Idith Zertal, op. cit., p. 185.
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pubblicamente che Tsahal deve prendere esempio dalla tattica utilizzata
dalla Wehrmacht nel ghetto di Varsavia54: vale la pena ricordare a questo
proposito che i primi ad equiparare il comportamento di Tsahal a quello dei
nazisti furono proprio alcuni ministri del primo governo israeliano55.
Analizzare criticamente questo passato di collusione tra sionismo e
antisemitismo diventa quindi una necessità non solo di chiarezza storica, ma
anche e soprattutto di demistificazione ideologica, onde rendere possibile
una critica radicale del sionismo. Certamente questo spiacerà a molti, ma
come ha ammonito a suo tempo Isaac Deutscher, “Gli israeliani [...]
dovrebbero anche abituarsi all’idea che il loro stato non è esente da
critiche: esso è un’opera terrena, non una sacra entità biblica, non uno
stato nazionale ‘eletto’ ”56.
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54 Riportato in Norman G. Finkelstein, ibidem.
55 Si trattava del ministro dell’Agricoltura Aharon Cisling, il quale nella riunione del
governo del 17 novembre 1948, a proposito di alcuni massacri commessi dalle truppe
israeliane ai danni di civili palestinesi, dichiarò di non riuscire a dormire la notte
al pensiero che degli ebrei avessero “commesso delle azioni naziste” (riportato in
Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge,
Cambridge UP, 2004, p. 488, nostra traduzione).
56 Isaac Deutscher, op. cit., p. 141.
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